Richard Ford.
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Tra loro.
Ricordando i miei genitori.
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Titolo originale: BETWEEN THEM.
Traduzione di: VINCENZO MANTOVANI.
2017. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Dall'autore premio Pulitzer Richard Ford, un intimo ritratto della vita americana della met del Ventesimo secolo, una celebrazione dell'amore famigliare.
Nel profondo Sud degli Stati Uniti, tra i ruggenti anni venti e gli anni desolati della Grande Depressione, una strana coppia percorre le strade assolate del Mississippi e dell'Arkansas su una Ford a due porte. Lui  il rappresentante di una ditta di amido per il bucato. Lei  sua moglie. Si sono conosciuti giovanissimi, si sono sposati, si amano e hanno deciso di viaggiare insieme per non doversi separare. E cos, per una ventina d'anni, passeranno da un grossista all'altro, da un albergo all'altro, da un ristorante all'altro (festeggiando ogni tanto con qualche bevuta, alla faccia del Proibizionismo), felici di una vita che non potrebbe essere migliore.
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L'imprevista gravidanza della moglie cambia tutto. L'arrivo di un figlio inatteso separa inevitabilmente quella coppia cos unita, costringendo l'uno a un pesante lavoro solitario, l'altra a una vita stanziale in citt. Ma quel figlio, peraltro graditissimo e accolto con immensa gioia da entrambi i genitori, non  un ragazzo qualunque, e nel corso degli anni si affermer come uno dei pi importanti scrittori americani contemporanei: l'autore di questo libro, Richard Ford. 
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L'AUTORE.
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Richard Ford, nato nel 1944 a Jackson (Mississippi),  considerato uno dei pi grandi scrittori americani contemporanei. Con Il giorno dell'indipendenza (1995; Feltrinelli, 1996) ha vinto i due premi pi prestigiosi d'America, il Pen/Faulkner Award e il premio Pulitzer. Feltrinelli ha pubblicato anche: Rock Springs (1989), Incendi (1991), Sportswriter (1992), Il donnaiolo (1993), Donne e uomini (2001), Infiniti peccati (2002), Lo stato delle cose (2008), Canada (2013; premio Femina 2013) e Tutto potrebbe andare molto peggio (2015), finalista al premio Pulitzer 2015. Nel 2016 gli  stato conferito il premio Principessa delle Asturie per la Letteratura.
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Kristina.
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Nota dell'autore.
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Nello scrivere questi due memoriali - a trent'anni di distanza
l'uno dall'altro - ho trovato giusto non eliminare certe
incoerenze tra le due storie, e mi sono concesso l'indulgenza
di narrare due volte certi eventi. Spero che entrambe queste
scelte ricorderanno al lettore che sono stato un ragazzo cresciuto
da due persone molto diverse tra loro, ognuna delle
quali aveva da inculcarmi una prospettiva separata, si sforzava
di agire di concerto con l'altra e possedeva due dei quattro
occhi attraverso i quali io cercavo di vedere il mondo.
Allevare un figlio in modo che sopravviva fino a quando sar
un adulto deve talvolta sembrare ai genitori qualcosa di non
molto diverso da un esercizio ostinatamente ripetitivo. In
ogni caso, tuttavia, entrare nel passato  un'operazione incerta,
dal momento che il passato cerca sempre, riuscendovi per solo a met, di fare di noi quello che siamo.
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Lontano.
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Ricordando mio padre.
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Parker Ford (data sconosciuta).
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 In un posto che sprofonda nella mia infanzia, mio padre
torna a casa un venerd sera da uno dei suoi giri. Fa il commesso
viaggiatore. Siamo nel 1951, o nel '52.  carico di pacchetti
bitorzoluti avvolti nella carta bianca dei macellai pieni
di gamberi lessati o tamales o ostriche comprate a peso che
ha portato su dalla Louisiana. Quando li apre, i gamberi e i
tamales fumano ancora, umidi e bollenti. Nella nostra villetta
bifamiliare di Congress Street, a Jackson, si accendono
tutte le luci. Mio padre, Parker Ford,  grande e grosso: un
uomo tenero, dall'aspetto massiccio, che viene avanti con
un largo sorriso come se volesse raccontare una barzelletta.
Essere a casa lo ha elettrizzato. Ne fiuta gli odori con piacere.
I suoi occhi azzurri brillano. Mia madre lo affianca, sollevata
dal suo ritorno. E esuberante, felice. Lui sparpaglia i pacchetti
sul tavolo metallico della cucina per mostrarceli prima
di cena. E la vita pi gioiosa che ci sia. Mio padre  di nuovo
a casa.
Per tutta la settimana io e mia madre abbiamo pregustato
il suo arrivo. Edna, ti spiace...? Edna, hai fatto...? Figliolo,
figliolo, figliolo... Io sono al centro di tutto. La vita
normale - tra le partenze del luned e le sere del venerd
quando torna -, la vita normale  il tempo dell'intervallo. Un
tempo di cui non deve sapere e che mia madre gli risparmia.
Se  successo qualcosa di brutto, se lei e io abbiamo litigato (
possibile), se a scuola ho avuto dei problemi ( possibile anche
questo), la notizia sar occultata, sottoposta a uno speciale
trattamento per non turbare la sua tranquillit. Non ricordo
di avere mai sentito mia madre dire: Devo parlare a tuo
padre di questo. Oppure: Aspetta che tuo padre torni a
casa..Oppure: Questo a tuo padre non piacer.... Lui le
affida - gliel'affidano entrambi, di comune accordo - l'amministrazione
dei fatti della settimana, compresa la mia supervisione.
Se non deve sentirne parlare quando  a casa - pieno di
vita e sorridente tra i suoi pacchetti - se ne pu concludere
che non  successo nulla di particolarmente grave. Il che 
vero e, entro questi limiti, mi sta bene.
Il suo volto malleabile e carnoso era portato al sorriso. La
sua prima espressione era sempre sorridente. Il lungo labbro
irlandese. Gli occhi di un azzurro trasparente: i miei. Mia
madre doveva aver notato tutto questo quando lo conobbe:
ovunque sia successo. A Hot Springs o a Little Rock, qualche
tempo prima del 1928. Doveva averlo notato, e ci che aveva
visto doveva esserle piaciuto. Un uomo che amava essere felice.
Lei non era mai stata esattamente felice: solo inesattamente,
quando andava a scuola dalle suore alla St. Anne di Fort
Smith, dove l'aveva messa sua madre per levarsela dai piedi.
Per essere felice, tuttavia, c'era un prezzo da pagare. La
madre di lui, Minnie, un'immigrata dalla contea irlandese di
Cavan, vedova in una cittadina di provincia e presbiteriana,
ebbe sempre il sospetto che mia madre fosse cattolica. Altrimenti,
perch andare a scuola proprio da loro? Cattolico significava
aperto, anzich diffidente e limitato. Parker Carrol
era il pi giovane dei suoi tre figli. Il beb. Suo marito, il
padre di mio padre - L.D. junior - si era gi suicidato. Un
agricoltore di eleganza ricercata con un bastone dal pomo
d'oro in una piccola citt dell'Arkansas, che le aveva lasciato
i suoi debiti e il suo scandalo. Lei voleva proteggere il suo
prezioso ultimo nato. Dai cattolici, sicuramente. Mia madre
non ne sarebbe mai diventata interamente padrona, se la madre
di lui avesse avuto voce in capitolo. E l'aveva.
Mio padre, anche da giovane, non trasmetteva un senso
di forza. Aveva, piuttosto, un che di amabile e impreparato,
sembrava una persona timorosa di essere trascurata. Ingannata.
Tranne che da mia madre. Stando ai miei ricordi, so che
in compagnia tendeva a non intervenire, e per, quando parlava,
si sporgeva in avanti, come se si aspettasse di udire di l
a poco qualcosa che aveva bisogno di sapere. C'era la sua
grande stazza; il sorriso cordiale ed esitante. La donna che lo
trovava simpatico - mia madre - poteva interpretarlo come
una timidezza, una fragilit con cui una moglie poteva cooperare.
Aveva la tendenza a dire le cose come stanno e a non
fingersi diverso da quello che era: un uomo che non era cos
perspicace da impedire di prenderti cura di lui. C'era, s, il
caratteraccio: non tanto ira quanto scatti ed esplosioni momentanee,
originati dalle frustrazioni per le cose che non riusciva
a fare, non aveva fatto abbastanza bene o non sapeva
fare; insoddisfazioni personali, forse dello stesso genere di
quelle che avevano spinto il suo giovane padre a sedersi sui
gradini della veranda una notte di luna nell'estate del 1916,
dopo avere perso la fattoria a causa di cattivi investimenti, e
a togliersi la vita col veleno per lo sconcerto. Il carattere di
mio padre non era di questo tipo. Vi si opponevano la sua
dolcezza, la sua indole incerta, e la grande e accattivante solarit,
aprendo uno spiraglio a una vita che mia madre poteva
intravedere e in cui poteva entrare al suono del proprio
nome. Edna.
Quando lo conobbe, aveva diciassette anni. Lui ne aveva
forse ventiquattro ed era l'uomo della frutta e verdura
nell'emporio di Clarence Saunders a Hot Springs, dove lei
abitava con i genitori. Era una piccola catena di negozi, oggi
scomparsa. Ho una fotografia: mio padre, in piedi nel locale
con i commessi; cassette tutt'intorno, traboccanti di cipolle,
patate, carote, mele. E un negozio dall'aspetto antiquato.
Lui porta il suo grembiule bianco con la pettorina e guarda
l'obiettivo con un sorrisetto sulle labbra. I capelli neri sono
ben pettinati. E un bell'uomo dall'aria comune e sembra
competente e sveglio, un giovanotto in cammino verso qualcosa
di meglio: una carriera, non un semplice posto di lavoro.
Sono gli anni venti. E venuto in citt dalla campagna, armato
delle virt contadine. Era nervoso in questa fotografia?
Eccitato? Temeva di poter fare fiasco? Perch, ci si potrebbe
domandare, aveva lasciato la piccola Atkins, la sua citt di
origine? La capitale mondiale dei cetriolini sottaceto. Tutto
questo mi  sconosciuto. Suo fratello Elmo - detto Pat per
le sue origini irlandesi - viveva a Little Rock, ma presto si
arruol in marina. Sua sorella rest a casa con una famiglia in
rapida espansione. Forse, al tempo di questa fotografia aveva
incontrato mia madre e se n'era innamorato. Le date non sono
pi chiare dei motivi.
Non molto tempo dopo, tuttavia, trov un posto migliore
come direttore dei Liberty Store di Little Rock: un'altra
catena di negozi di generi alimentari. Si iscrisse alla massoneria.
Ma di l a poco alcuni rapinatori entrarono in uno dei
suoi negozi, agitarono in aria le pistole, presero il denaro,
diedero a mio padre una botta in testa e se ne andarono. Dopodich
lui venne licenziato senza che nessuno gli avesse mai
spiegato esattamente il motivo. Forse aveva detto qualcosa
che non avrebbe dovuto. Io non so come la gente lo vedeva.
Come un bifolco? Un campagnolo? Un mammone? Uno
non abbastanza coraggioso? Forse come un personaggio al
quale il grande Cechov attribuirebbe una vita interiore densa,
anche se non necessariamente ricca. Un giovane in bala
delle circostanze.


Parker, Hot Springs, Arkansas, 1929.
 Ancora un po' di tempo, e un altro lavoro: sempre a Hot
Springs. Adesso era sposato con mia madre. Stavano iniziando
gli anni trenta. Poi arriv un altro lavoro, anche migliore:
vendere amido per bucato per una ditta di Kansas City. La
Faultless Company. Non so come ottenne quel posto. La ditta
esiste ancora, a Kansas City. A tutt'oggi nell'ufficio ci sono
fotografie di lui attaccate al muro, con altri commessi viaggiatori
di quell'epoca. Il 1938. Fece questo lavoro fino al
giorno della sua morte.
Col lavoro gli venne assegnata una zona di rappresentanza
- sette stati del Sud -, pi una macchina della ditta. Una
semplice Ford tu-dor(1) con cui copriva l'Arkansas, la Louisiana,
l'Alabama e una piccola parte del Tennessee, una fetta
della Florida, un angolo del Texas e tutto il Mississippi. Doveva
presentarsi alle ditte all'ingrosso che rifornivano i negozietti
di tutto il Sud rurale. Arrivava e prendeva le ordinazioni
di amido. C'era solo quel prodotto. I suoi clienti occupavano
tenebrosi magazzini in strade secondarie con piani di carico
in legno e uffici piccoli e soffocanti che odoravano di foraggio
e mangime per il bestiame. Piggly Wiggly, Sunflower e
Schwegmann erano i clienti pi grossi. Lui preferiva i clienti
pi piccoli. Amava arrivare nel loro ufficio con qualche affare
ancora da combinare. Una vendita. Molti - specie in Louisiana,
oltre il bacino di Atchafalaya - parlavano francese, il che
complicava le cose ma non le rendeva impossibili. Nessuno
gli diede mai una botta in testa.
Era sempre in giro, adesso, e mia madre semplicemente
decise di accompagnarlo. Avrebbero messo su casa a Little
Rock: un appartamentino di due locali in Center Street. Ma
era come se fossero in tourne. Vivevano in albergo. A Memphis
al Chief Chisca e al King Cotton. A Pensacola, al San Carlos.
A Birmingham, al Tutwiler. A Mobile, al Battle House. E a
New Orleans, al Monteleone: una citt nuova per loro, molto
diversa da ci che avevano conosciuto in Arkansas. Amavano
il Quartiere francese: le risate, il ballo, le bevute. Fecero
conoscenza con alcune persone che abitavano a Gentilly.
Barney Rozier, che lavorava sulle torri di trivellazione petrolifera,
e sua moglie Marie.
Una parte del lavoro di commesso viaggiatore consisteva
nel presentarsi alle scuole di cucina delle piccole citt. Le
ragazze venivano dalle aree pi remote per imparare a diventare
brave mogli: a cucinare, pulire e stirare, a governare una
casa. Le lezioni si tenevano negli arsenali della Guardia nazionale,
nelle palestre delle scuole superiori, negli scantinati
delle chiese, nelle sedi degli Elks Club. Lui e mia madre lavoravano
insieme, mostrando alle ragazze il modo giusto di
preparare l'amido e di usarlo. Non era difficile. L'emblema
della Faultless era una stella rossa su una scatolina bianca di
cartone. Non dovete cuocerlo era il motto dell'azienda.
C'era una canzonetta con quella frase. Mio padre aveva
un'accettabile voce da tenore e la intonava quando aveva bevuto.
Questo faceva ridere mia madre. Lui e lei - avevano
poco pi di vent'anni ed erano straordinariamente felici - distribuivano
campioncini di amido e presine imbottite alle ragazze
di campagna, lusingate da quei doni, in un momento
in cui nessuno aveva niente. La Depressione. Bastava questo
per mettersi in luce e per fare una buona impressione pi
tardi, quando andavano al Piggly Wiggly. Il sedile posteriore
della Ford era pieno di presine e di campioni.
Immaginate. Non potete fare diversamente, perch non
c' altro modo:  tutta la loro vita. Sempre in giro senza grandi
preoccupazioni. Niente figli. Lontani dalle famiglie. Mio
padre portava un cappello di feltro d'inverno e uno di paglia
d'estate. Fumava: fumavano tutt'e due. Il suo viso cominciava
ad assumere un aspetto pi maturo - ancora il labbro irlandese,
la bocca sottile e i capelli che cominciavano a diradarsi -, e
lui ad avere una maggiore consapevolezza di s. Era ormai
avviato a diventare - quasi all'improvviso - quello che sarebbe
stato. Si trov ad avere problemi ai denti, che ebbero bisogno
di un ponte. Una protesi parziale. Lui era alto un metro e
ottantanove e aveva cominciato a ingrassare: pesava quasi un
quintale. Possedeva due completi, uno marrone e uno blu, e
adorava il suo lavoro, che ben si addiceva alla sua indole premurosa
e servizievole. Di s diceva che era un uomo d'affari.
Il suo capo - un certo signor Hoyt - si fidava di lui, cos
come i clienti di tutte le cittadine. Non guadagnava tanto:
meno di duecento dollari al mese, con le spese. Ma non spendevano
molto. E aveva trovato una cosa che era capace di fare.
Vendere. Piacere alla gente. Farsi degli amici. Non dovette
preoccuparsi del servizio militare. Gli avevano trovato un soffio
al cuore, e aveva i piedi piatti. In pi, la sua et: troppo
giovane per la prima guerra, troppo vecchio se ne fosse scoppiata
un'altra, come and a finire.
Durante i loro giri cominciarono a conoscere altra gente:
altri commessi viaggiatori incontrati alle convention dei venditori
di generi alimentari all'ingrosso o nelle scuole di cucina
o negli atri degli alberghi. Al Carousel Bar del Monteleone.
Davanti allo stagno delle anatre al Peabody di Memphis.
Ed Manny. Rex Best. Dee Walker. Ecco i nomi di questi uomini.
Lavoravano per la Nabisco e i General Mills e P&G, o
per la concorrenza, Argo e Niagara. C'era grande cameratismo,
pi o meno.
Sicuramente non c'erano libri. Non c'era la televisione,
ma soltanto la radio dell'automobile. Non c'era l'aria condizionata
n in macchina n nelle camere d'albergo. Solo le pale
attaccate al soffitto e la finestra, se c'era la zanzariera.
C'era il cinematografo, amato da mia madre ma non da lui.
Cenavano nei supper club e nei caff, facevano colazione nei
bar degli alberghi e nei diner. In mio padre, comportamento
e sensibilit viaggiavano su un unico binario. Inutile guardare
a destra o a sinistra. Questo lo aiutava a rendere possibile
il presente che amava.
Per la Faultless, lui era sempre il venditore che consumava
meno benzina, e il pi economo nelle spese di cui chiedere
il rimborso. Viaggiava costantemente a novanta chilometri
l'ora: il modo meno costoso di guidare. Che fretta c'era?
Non voleva perdere il posto, in un momento in cui il lavoro
scarseggiava. Erano sempre insieme, dappertutto. Ogni domenica
mattina, ovunque si trovassero - in qualche albergo -
lui buttava gi le note spese in camera o seduto al piccolo
escritoire dell'atrio, riempiendo i moduli forniti dalla ditta
di scarabocchi a penna con la sua minuscola e quasi indecifrabile
calligrafia. Poi andava alla posta, a piedi, e spediva una
grossa busta a Kansas City. Espresso.
Avevano sempre desiderato dei figli. Era normale. Ma
non era successo, tutto qui. Non sapevano perch. Per questo
non aveva fatto altro che rendere pi stretto il loro legame,
separando il presente dal passato e dal futuro. Un padre
suicida e una severa madre irlandese possono chiudere molte
porte. Per giunta, mia madre non aveva avuto una vita facile
prima di andare dalle suore.  semplice: per loro il passato
non era un luogo ospitale. Quanto al futuro e all'intimit,
prendevano il loro rapporto come una cosa scontata. Lui aveva
il suo lavoro e contava su di lei. Lei era brava con le cifre,
capace di concettualizzare, di pensare a cose che non venivano
in mente a lui. Era vivace e attenta. Se parlavano di sogni,
di ci che avrebbero fatto o cercato pi avanti, di ci che in
quel momento era irraggiungibile, di ci che ricordavano e
rimpiangevano, di ci che temevano, di ci che li riempiva di
gioia - e naturalmente lo facevano - non  rimasto nulla di
scritto, n lettere, n diari, n annotazioni sul retro delle fotografie.
Non veniva ritenuto necessario.
In qualche posto dietro di loro, naturalmente, c'erano le
loro famiglie difficili. Mia madre era piccola, nera di capelli,
carina, spiritosa, perspicace, ciarliera; e perci difficile da accettare
ad Atkins, anche se nessuno lo diceva apertamente.
La famiglia di lui teneva le distanze, anche quando andavano
a trovarli e anche se dormivano nella casa di sua madre, nella
casa lasciata da quel padre scandaloso, in collina, con vista
sulla citt, sull'autostrada e verso Crow Mountain. Ora la
madre, a proposito del figlio, la pensava diversamente: come
se con questa nuova moglie, forse cattolica, avesse cominciato
a darsi delle arie, a nutrire delle ambizioni; come se avesse
incontrato delle persone che non si incontravano venendo
da dove veniva lui. Dalla campagna. Si erano sposati davanti
a un giudice, non in chiesa. Tutto era accettabile, ma niente
lo era del tutto. Sua sorella gli voleva bene, i suoi tanti figli lo
adoravano, lo chiamavano - Parker Carrol - zio Par'Carrol.
Ma tutto questo avveniva sotto l'occhio implacabile
della madre. Che teneva per s le proprie opinioni, aspettava,
esercitava il proprio dominio quando poteva, ma non
contemplava la possibilit di abbracciare la nuova figlia.
Per mia madre, erano da tenere presenti delle cose in pi,
con la vita che aveva fatto, sorvegliata da quegli straccioni disadattati
dei suoi genitori dell'Ozark. I suoi venivano dall'America
rurale pi profonda: qualcosa di peggio della campagna.
Il Nord dell'Arkansas. Tontitown. Hiwasse. Gravette.
Da lass, venivano. Mio padre, crescendo, non aveva conosciuto
quella gente. La madre di mia madre aveva solo quattordici
anni pi della figlia ed era una donna punitiva, gelosa.
Aveva divorziato dal padre, che se n'era andato. Il secondo
marito/patrigno si chiamava Bennie Shelley ed era un gigol
bello, biondo e sveglio: un affabulatore, pugile mediocre, ferroviere,
uno sbruffone, ma un uomo con un avvenire che la
madre di mia madre, Essie Lucilie, intendeva tenersi stretto,
anche se questo significava mandare la figlia vivace e sorridente
alla scuola del convento di Fort Smith quando le cose con
Bennie prendevano una brutta piega. Il che accadeva spesso.
Almeno fino al giorno in cui ebbero bisogno che la bella figlia
portasse a casa una busta paga, cio fino a quando la tolsero
da scuola a sedici anni per mandarla a lavorare, troppo giovane,
nella tabaccheria dell'Arlington Hotel di Hot Springs, dove
Bennie adesso dirigeva il settore della ristorazione. Si era
sempre in piena Depressione. Dovevano mettere da parte
qualche soldo. Non volevano avere bastoni tra le ruote.
Per lei, tuttavia - per Edna - quella di mio padre avrebbe
potuto essere una vera famiglia. Irlandese o no, zotica o no,
di vedute ristrette dalla religiosit, dal sospetto e dalla sfortuna,
tutto questo si sarebbe potuto mettere da parte facilmente.
Se la madre di lui fosse stata anche solo in minima
parte una persona accogliente, mia madre avrebbe potuto
trovare ragioni pi che sufficienti per adattarsi. Dopo tutto,
era simpatica, lo sapeva lei per prima. Piaceva, in privato, sia
a sua sorella che ai cugini. Mia madre riusciva a farti ridere.
Conosceva cose interessanti che le avevano insegnato le suore.
Per giunta, mio padre l'amava. Cosa c'era che non andava?
Nessuno aveva grandi esigenze. Avrebbe dovuto andar
meglio. Non era cattolica. Ma dall'altra parte non c'era nessuna
disponibilit.
Cos accadde che si leg ai suoi, alla famiglia di mia madre
e non a quella di lui. I suoi almeno li conosceva. E c'erano delle
attrattive. Bevevano, illegalmente. Bennie fumava sigari, giocava
a golf, calzava scarpe bicolori, andava a caccia di anatre
con uomini facoltosi, raccontava barzellette, conosceva le
donne, fino a un certo punto faceva una bella vita: anche se
badava a non uscire dai limiti della propria condizione sociale.
Era un uomo dell'Arkansas. Lo erano tutt'e tre. Stare al tuo
posto - sapere chi era sopra, chi sotto di te - era una seconda
natura. Lui chiamava Essie Signora Shelley, perch negli alberghi
dove lavoravano - allo Huckins di Oklahoma City, al
Muehlebach di Kansas City, al Manning di Little Rock, all'Arlington
- il protocollo era questo, anche se si era sposati.
Erano i suoi genitori, ma la differenza di et - fra tutt'e
quattro - era poca. Essie era nata nel 1895. Mia madre nel
1910. Bennie e mio padre stavano in mezzo: 1901, 1904. A
Hot Springs e Little Rock uscivano tutti insieme. Facevano
baldoria. L'Arkansas era uno stato da meno di cent'anni,
e Little Rock era il centro delle cose, la capitale: una comune
citt fluviale di secondaria importanza, turbolenta e spocchiosa.
N sud n ovest, e neppure vero e proprio middle
west. Pi simile a Kansas City o a Omaha che a Memphis e
Jackson. C'erano tram, nuovi ponti, grandi magazzini di propriet
di ebrei, ristoranti, gioco d'azzardo clandestino, cinematografi
lungo il corso, nuovi alberghi. Alcolici, a dispetto
del Proibizionismo. Le cose a Little Rock andavano bene. Vi
erano stati attirati, tutt'e quattro, dai loro privati nowhere.
Cosa provasse mio padre, giovane e grosso marito cortese
e riservato, per Essie e Bennie, non so. Pu essersi lasciato
un po' incantare. Per lui era un mondo piuttosto nuovo, e lo
sarebbe sempre stato. Di sicuro era strano che i tuoi parenti
acquisiti fossero queste persone: da un lato, tuoi coetanei;
dall'altro, la sensazione che a comandare fossero loro. Che lo
trovavano simpatico senza conoscerlo a fondo. Lei stava in
mezzo e parava i colpi. Avere sposato Edna, portandola via e
rendendola felice, era una grande comodit, soprattutto per
sua madre. Nei genitori c'era un'amabile, scurrile, disinvolta
spietatezza, un'aura di marginalit accoppiata all'ambizione.
Erano forti personalit. Ce l'avevano fatta a lasciare quel posto
in mezzo al nulla, mentre mio padre era solo un commesso
viaggiatore di un paese a novanta chilometri da l.
Ed era tutto pi complicato di quello che sto dicendo.
Potete star sicuri. Ci che ignoro non pu essere fondatamente
considerato un tratto distintivo dell'uomo che era mio
padre. L'incompleta conoscenza delle vite dei nostri genitori
non  una condizione delle loro vite. E una condizione soltanto
delle nostre. Caso mai, ti obbliga a renderti conto che
la sai meno lunga su tutto quanto c' di rispettabile, perch
i bambini restringono il campo di tutto ci di cui fanno parte.
Mentre essere ignaro o solo capace di fare congetture sulla
vita di un'altra persona fa s che quella vita sia libera di essere
qualcosa di pi di ci che era veramente.
Mio padre era allora, quasi, ma non completamente, una
specie di uomo. Non un ragazzo. E tuttavia non ancora un
adulto in piena regola. Un marito, certamente, che si guadagnava
da vivere, un figlio, un fratello, uno zio. Ma tra i quattro,
come genero, veniva al quarto posto. Non fu tanto la
questione di chiudersi in se stesso, quanto quella di accettare
un ruolo nella loro piccola gerarchia. Pu anche darsi che se
ne fosse reso conto. La sua mole e la sua cortesia, che lo rendevano
simpatico alla gente, anche queste cose possono
averlo spinto a tenersi tutto dentro. Come se la buona educazione
fosse indice di impreparazione alla vita. Doveva essere
una classifica valida per tutt'e tre, questo suo quarto posto.
Anche se pu essere andata cos: che, per com'era lui in quel
momento - reticente, non ancora del tutto amabile come sarebbe
diventato, non del tutto a suo agio, sorridente, incoraggiante,
sposato di fresco, amato e innamorato -, potrebbe
essere stato il periodo pi bello della sua vita.
Essere un figlio tardivo e un figlio unico  un lusso, a parte
ogni altra considerazione, perch entrambe le cose ti spingono
a fare congetture da solo su tutto il tempo che  trascorso
prima del tuo arrivo: la lunga vita dei genitori nella quale
non hai avuto parte alcuna. Mi affascina pensare al fatto che
la loro vita avrebbe potuto prendere una direzione che mi
avrebbe escluso: un divorzio, una morte ancor pi prematura,
una disaffezione. Ma anche una maggiore vicinanza, intimit,
lo stare insieme in un modo che sfida la categorizzazione.
Che l'avessero dentro, questo  pi che sicuro. Mi volevano;
ma non avevano bisogno di me. Insieme - ma forse solo insieme
- si completavano pienamente.
Erano sempre in giro. La vita continuava come prima,
dagli anni trenta dritto nei quaranta. Possedevano poche cose:
qualche mobile, i vestiti, niente macchina. Mio padre si
stava ingrossando, perdeva altri capelli, fumava troppo, era
sempre un asso nel suo lavoro di commesso viaggiatore. Andavano
a Kansas City per le riunioni dei venditori. Venivano
spesso a New Orleans e pensavano che poteva essere un posto
dove abitare. Vi si respirava un'aria di libert. Di Atkins
lui non aveva proprio nostalgia, anche se riusciva a fare una
visita alla madre quando si trovava nei paraggi. Andava a caccia
con i cugini, stravedeva per i nipoti. La sua statura morale
stava crescendo, in famiglia. Tutti, tranne la madre, impararono
ad apprezzare Edna: se non interamente, almeno nei
modi in cui apprezzavano certi lati sorprendenti di se stessi.
Era troppo bella, vivace e irriverente per non riuscire a farsi
accettare, almeno a met. Ci si limitava semplicemente a evitare
certi argomenti. Non era difficile. E lui l'amava, che era
la cosa pi importante.
Scoppi la guerra. Suo fratello part, e cos pure due nipoti.
Lui aveva un soffio al cuore e non part. Dev'essere stato
strano fare una vita normale mentre una lotta terribile infuriava
oltreoceano. Potrebbe essere stata una cosa di cui si
rammaricava: perdere l'occasione di tornare cambiato. Un
pensiero astratto, inespresso - qualcosa di cui forse non si 
nemmeno accorto - potrebbe avergli attraversato la mente,
averlo costretto a pensare a se stesso in un modo diverso. A
vedersi meno competente. O semplicemente fortunato. O
entrambe le cose.
Quali erano le loro frustrazioni, i taciti desideri di mia madre?
Cosa si dicevano in macchina durante tutti quei chilometri
macinati in cui erano soli? Lui era arrivato a trentasei anni,
lei a trentuno. Ormai doveva essere diventato un uomo fatto.
Un adulto. Un commesso viaggiatore con la moglie. Oltre a lei
e ai suoi clienti era attaccato a poche persone; ma attaccarsi
alla gente non doveva essere una parte di ci che la vita significava
per loro. Si era evoluto? Si sentiva pi sicuro di s?
Questo muoversi cos, liberamente, cominciava a sembrargli
superato? C'era forse nella loro vita una dimensione in pi che
prima non c'era? Ed  grave che prima non ci fosse?
E rivelatore - anche se forse soltanto di se stessi - pensare
alla gente in funzione di ci che per loro sarebbe stato meglio.
Lo scrittore che avrebbe fatto meglio a fare l'avvocato; l'avvocato
che avrebbe fatto meglio a fare l'insegnante; il soldato che
avrebbe fatto meglio a fare il prete; il prete che avrebbe fatto
meglio a fare pressoch qualunque altra cosa. Mio padre non
avrebbe potuto fare altro. Automobili. Avrebbe potuto lavorare
in un negozio di ferramenta. Forse avrebbe potuto fare
l'agricoltore con suo padre, se ne avesse avuto uno. Ma probabilmente
- a mio giudizio - non avrebbe potuto fare molto di
pi di quello che fece alla Faultless. Non aveva qualit degne
di nota, oltre alla brillante personalit. Vendere era per lui
l'ideale. Il suo lavoro - scoprirsene adatto e trovarlo soddisfacente
- era parte integrante di quello che c'era da sapere
per conoscerlo. Sfide pi grandi non avrebbero potuto far
altro che frustrarlo e renderlo infelice. Se sognava altre cose,
non ne ho mai sentito parlare. Pareva aver trovato il proprio
posto ed essere convinto che fosse quello giusto. Se aveva
un'immagine di s, una prospettiva, era quella. L'abitudine
divent la sua guida, insieme a mia madre. Non si commette
un'ingiustizia a dire questo di lui.
Ma poi, con grande sorpresa di tutti, nell'estate del 1943
mia madre rest incinta. E naturalmente tutto cambi.
Vedere il proprio avvento come un fatto che ha i suoi pr
e contro non  necessariamente sbagliato. Quasi certamente
avevano concluso - dopo quindici anni - che non ci sarebbero
stati figli. A tale proposito i miei genitori potevano avere
nutrito sentimenti complessi e forse gelosamente custoditi:
forse credevano di fare una bella vita, e che questa vita non
sarebbe pi cambiata. Forse carezzavano l'idea di stabilirsi
in qualche posto, loro due soli. A New Orleans. Il tempo che
passavano insieme era prezioso. Questo era tutto quello che
sapevano. Sentiva forse, lui, di avere qualcosa da impartire
che, senza un figlio, non sarebbe stato mai impartito? O pensavano,
insieme o separatamente, che mio padre non sarebbe
campato a lungo per via del soffio al cuore, e che in quelle
condizioni un figlio avrebbe rappresentato una difficolt di
cui non c'era bisogno? Tutto  possibile.
Come ho detto, ufficialmente volevano dei figli. Tuttavia,
l'idea che ora avrebbero avuto un bambino non poteva essere
altro che destabilizzante. Lui aveva gi trentotto anni e non
scoppiava di salute. Lei ne aveva trentatr. Il capo di mio
padre a Kansas City - sempre il signor Hoyt, che aveva figli
suoi - gli diceva: Parker, ora devi scegliere un posto dove
fermarti. Non puoi stare sempre in giro. Cerca qualcosa al
centro della tua zona. Potrai passare pi tempo a casa.
Quello che comunque stava succedendo poteva essere proprio
questo cercare.
Eppure, se mai doveva esserci un cambiamento di lavoro
- aprire una ferramenta a Little Rock, riprendere a stoccare
lattuga o fare ritorno ad Atkins -, quello sarebbe stato il momento
giusto. La Depressione era alle spalle. C'era la guerra,
ma sarebbe finita. Si profilavano tempi migliori. Per nessuno,
che io abbia saputo, pens mai di cambiare. Quello di
commesso viaggiatore era un lavoro fin troppo buono. E lui
era troppo bravo. Invece, avrebbero scelto un posto - al centro
della sua zona, come gli era stato consigliato - e l avrebbero
fissato la propria dimora. Era la fine dei giri che avevano
fatto insieme per tutti quegli anni.
Bisogna dire che non erano persone da riflettere a lungo
sulle loro decisioni. Non avendo mai avuto molta libert di
scelta, poter scegliere tra pi cose era meno importante, per
loro. Un posto sulla terra dove stabilirsi non era una questione
spirituale ma concreta. La famiglia di lui era di immigrati.
Lui per vivere viaggiava. Quella di lei era di lavoratori agricoli
stagionali. Avevano tenuto l'appartamento di Center Street,
ma vi dormivano raramente. Non avevano molta esperienza
di stabilit. Il posto dove decisero di avere il loro bambino
- io - potrebbe essere stata una cosa di poca importanza.
Prima pensarono a New Orleans, una citt che amavano.
Non era al centro della sua zona, ma vivere l sembrava possibile.
Barney Rozier e Marie erano a Gentilly - nei sobborghi
- in una casetta di quattro locali con il tetto piano, l'intonaco
all'acquatinta e un praticello. Avevano visto com'era,
ma decisero diversamente. Jackson, Mississippi, era poco
pi avanti. Vi conoscevano due persone, non bene. Devono
averla trovata meno esotica, pi normale: com'era in realt.
Sorgeva proprio al centro della zona che mio padre batteva
in automobile: l'Alabama, il Nord della Louisiana, il Sud
dell'Arkansas. Inoltre, Jackson era pi vicina a Little Rock, e
in qualche modo le somigliava. Una piccola capitale del Sud.
Poter scegliere li fece sentir bene. Erano finalmente adulti.
Sarebbero stati abbastanza lontani da tutti: dalla sua famiglia
e da quella di lei. N lui n Edna avevano bisogno di molta
gente. Sentirsi non integrati non era pi strano che sentirsi
integrati.
A Jackson, allora, affittarono una villetta bifamiliare,
quattro piccoli locali compreso il bagno, nella parte pi vecchia
del centro cittadino. North Congress Street, la strada in
discesa proveniente dal palazzo del Campidoglio. Il contratto
prevedeva un'opzione di vendita. Pi avanti, lungo la stessa
strada, c'erano delle vecchie case signorili dove affittavano camere
i membri dell'assemblea legislativa e i musicisti hillbilly,
e dove potevi pranzare o cenare. Mia madre non era una brava
cuoca, e loro avevano l'abitudine di mangiare fuori. C'erano
un giardinetto sul davanti e uno sul retro, un garage,
dei vicini, delle case ancora pi vecchie dove anziane vedove
ti spiavano attraverso le zanzariere. Queste abitazioni stavano
gi per convertirsi in appartamenti. Era una fase di transizione.
Era il posto da dove cominciavi se venivi da un altro
posto.
Sono nato nel caldo inverno del 1944, in febbraio,
nell'Ospedale Battista, alle due del mattino. Non so se tenessero
particolarmente al fatto che io fossi un maschio o una femmina.
Ma furono arcicontenti di me e di aver preso la decisione
di stabilirsi a Jackson e cambiare vita. Non so se mio
padre era presente alla mia nascita. Era un mercoled. Normalmente
avrebbe dovuto essere in giro. Assistere a una nascita
non era una cosa che allora la gente volesse fare a tutti i
costi. La madre di mia madre venne da Little Rock. Della famiglia
di lui, nessuno decise di imitarla.
Che piani avevano, come avevano progettato di passare
da un futuro indistinto e poco impegnativo all'avere un figlio,
che  un futuro molto preciso? Ora lei sarebbe stata ci
che non era stata mai: una casalinga a casa da sola, con un
bambino. Una madre. Deve aver pensato che c'era tagliata.
Era la vita pi comune. Fino a quel momento le cose erano
andate bene, e anche questo poteva essere sembrato un bene:
con l'eccezione delle nuove assenze di mio padre.
 Note.
1. La Ford Model A del 1927, detta Tudor dalla contrazione di two door, a
due porte.


Edna, Richard e Parker, Jackson, Mississippi, 1946.
 Le cose sarebbero cambiate anche per lui. Non c'era solo
un modo di esercitare la paternit: anche se lui non si sarebbe
espresso con queste parole. Non sarebbe stato piacevole
essere senza di lei, dopo essere stato sempre con lei: in macchina,
sentendola parlare, godendosi la sua compagnia, mangiando
con lei, dormendo con lei, lasciandosi guidare da
quello che pensava, le piaceva e voleva. Il semplice fatto di
vederla. Questa era la vita di cui avrebbe sentito la mancanza.
Lei era aperta. Lui meno. Tutto era stato quasi perfetto.
Aveva forse la sensazione che stavano rinunciando a qualcosa
di importante? Era preparato a tutto questo? Probabilmente
s, ma nel 1944 nessuno si pose questa domanda. Ora
lui sarebbe stato via dal luned al venerd, e ancora pi a lungo
negli angoli pi remoti della sua zona: Jackson, Tennessee.
Il profondo Nord dell'Arkansas. Avrebbe sofferto la solitudine?
Assolutamente. E lei, si sarebbe preoccupata di
altre donne? E lui, di altri uomini che le ronzassero intorno?
Probabilmente non avevano mai avuto avventure. Forse
questi pensieri non li avevano nemmeno sfiorati.
Sarebbe stata una cosa definitiva? Jackson, voglio dire. Il
profondo Sud. Il Mississippi, non l'Arkansas. Nessuno lo sapeva.
E adesso c'ero io. Esisteva la possibilit che non restassi
l'unico bambino. Ci pensarono? Qualcuno si chiese, lui o lei,
se sarei cresciuto diversamente senza che lui fosse l ogni
giorno? In tal caso, come sarei cresciuto? Era giusto che il
padre non fosse una presenza costante? Come avrebbe fatto
a insegnarmi qualcosa? Si poteva ancora ottenere una presenza?
Anche a lui era mancato il padre, ed era cresciuto senza
imparare molte cose. C'erano altri ragazzi con padri assenti?
E lei, poteva compensare la sua assenza? Chiaramente,
aspettando la mia nascita, dovevano aver capito come sarebbe
andata. Si amavano e mi avrebbero amato. L'amore sarebbe
stato una presenza sufficiente. Saremmo stati felici. E
in questo modo - un modo che trovo buono, fino al momento
in cui scrivo queste righe -, in questo modo cominci la
mia vita, e ne fu tracciato lo schema duraturo.
Fecero per del loro meglio per non perdere le vecchie
abitudini, almeno all'inizio. Mi tennero con s. Noi tre insieme
nella macchina rovente, nel Sud della Louisiana. A Florence,
in Alabama. Nel delta del Mississippi. A Bastrop,
Shreveport. El Dorado e Camden, Arkansas. Ora lui fumava
El Productos, continuava a ingrassare - quasi un quintale -,
portava cappelli migliori, entrava nei magazzini all'ingrosso
per telefonare ai clienti, lasciandoci fuori, sul sedile davanti,
accanto alle piattaforme di carico, al caldo o al freddo. A
New Orleans, mia madre e io andavamo avanti e indietro sul
traghetto che attraversa il Mississippi mentre lui era via per
lavoro, a Houma e Lafayette. Io gattonavo sull'argine del lago,
col vento sferzante e le onde crestate di bianco. Andavamo
ai giardini pubblici e al Bayou St. John e a Shell Beach, e
allo zoo. Ogni tanto prendevamo il treno - il Miss Lou -
da Jackson a Hammond, solo per incontrarci con lui per un
giorno. Una volta la macchina si guast a Ville Platte e ci vollero
due settimane per ripararla. Aspettammo l in una caldissima
camera d'albergo. Una volta ci fu un altro guasto sulla
maestosa campata del ponte fluviale di Greenville. Mio
padre scese in fretta nel caldo febbrile e nel vento umido,
sudando in maniche di camicia per cambiare la gomma alla
Ford della ditta, l sopra il fiume marrone che scorreva sotto
di noi, mentre dentro mia madre mi teneva pi stretto che
poteva, come se io - il figlio unico - potessi volare via.
Non ero un bambino cattivo, perci era quasi concepibile
vivere cos, viaggiando con me attraverso il Sud. Ma non
poteva durare. I problemi si moltiplicavano. Camere d'albergo,
i locali dove avevano sempre mangiato, noie alla macchina.
Malattie infantili. Alla fine, la decisione che avevano
preso prima della mia nascita, sui giorni in cui mio padre sarebbe
stato via, sui giorni in cui saremmo stati a casa, questi
impegni dovevano essere onorati.
E com'era per lui? Viaggiare, andare in giro da solo? Sedere
in quelle camere, negli atri degli alberghi, leggendo un
giornale sconosciuto alla luce fioca di una lampada; fare due
passi lungo una strada, la sera, fumando? Cenare con un uomo
incontrato durante il suo giro? Ascoltare la radio nel
dondolamento e nel ronzio delle pale oscillanti. Poi andare a
letto presto nel rumore delle cavallette e dei piazzali di manovra,
degli sportelli delle macchine che si chiudono e delle
voci nella strada che sprofondano ridendo in un'altra notte.
Com'era essere un padre in questo modo, avere una moglie,
affittare una casa in una citt dove non conoscevano quasi
nessuno e non avevano amici, tornare a casa solo nei weekend,
come se questa fosse davvero una casa?
Poteva solo essere stato strano. Anche se forse era possibile
che mio padre si fosse sentito competente per la prima volta.
Indipendente. Finalmente preparato alla vita. Mentre si
avvicinava ai quarant'anni. Un genitore. Non era il tipo d'uomo
da avere molti rimpianti o misurarsi la temperatura, o da
voltarsi indietro a guardare ci che una volta era stato diverso.
Era invece il tipo d'uomo da sapere come aveva pianificato le
cose fino ad allora, e cos sia. Sapeva di essere quasi sempre
assente. Sapeva che Edna si prendeva cura della loro vita e di
me, e che non era facile, per lei. Lui era comunque una presenza,
anche se non precisamente un padre. Ed era suo marito,
l'uomo che amava e che aspettava. Era una situazione accettabile.
Ed era come ora sarebbe proseguita la loro vita, almeno
fino all'attacco cardiaco che lui ebbe nel 1948, quello di cui
non sarebbe morto, ma il punto in cui ogni cosa sarebbe cambiata
di nuovo, quando la morte e la paura della morte diventarono
le sue abituali visitatrici, sue e di mia madre.
Un figlio unico richiede grande impegno, un impegno
forse maggiore se i suoi genitori non sono pi giovani. L'immaginazione
di un figlio unico viene melodicamente stimolata
dalle cose che essi dicono e non dicono. Ho sempre dichiarato,
e lo credo ancora, che la mia infanzia  stata felice.
Ma questo non significa che quella vita fosse normale. La loro
et non era normale per avere un primo figlio. Non lo era
nemmeno per loro. C'era, inespressa, la sensazione che avrebbero
dovuto essere pi giovani, o che io stesso avrei dovuto
nascere quindici anni prima, quando come genitori sarebbero
stati alle prime armi. Sono cresciuto pensando che dovevo
essere pi vecchio, o che ero pi vecchio. C'era gi stata cos
tanta vita importante prima di me - della quale poco sapevo,
e di cui secondo loro non valeva la pena parlare dal momento
che non includeva la mia persona. Non ricordo che abbiano
mai detto, nessuno dei due, mentre diventavo grande:
Richard, ti ricordi...?. Oppure: Richard, un giorno tuo
padre e io.... Ci di cui parlavano e che era nell'aria era
soltanto il presente, interrotto dai lunghi intervalli tra il luned
e il venerd. Queste assenze rendevano ancora pi importante
la reciproca intimit, dal momento che fino ad allora
erano sempre stati solo insieme. Perch tutto questo diventi
una vita felice  sicuramente richiesto l'amore, e la volont
- da parte mia - di completare certe cose e respingerne altre.
La sua lontananza deve avere creato tensioni. Non ho
mai sentito mia madre lamentarsi, anche se era volubile, persino
negli affetti. Un urlo, un bacione, un broncio e un'occhiataccia.
A un tratto aveva avuto un bambino. A un tratto
si sentiva troppo sola in una citt sconosciuta dove contavano
i vecchi legami e i nuovi venuti erano forestieri. Forse c'era
anche qualcosa in me - nella mia natura - che la metteva
alle strette. Quando cominciai a parlare, parlavo molto, moltissimo,
e non ero per natura passivo o sottomesso. Quando
lui se ne andava, la vita con lei non era mai del tutto
tranquilla. Anche se, quando tornava, la calma veniva istantaneamente,
severamente fatta rispettare. E questo creava le sue
tensioni.
Col passare del tempo, arrivai mai a sentire che tra loro
c'era qualcosa che non andava? No. Il mio punto di vista di
bambino era che quasi tutto andasse bene. E tuttavia, se l'eterno
dramma della vita  di eventi che cercano uno stato pi
perfetto, la loro vita e la mia non erano cos. La sensazione
che ricordo di aver avuto a quel tempo - la mia vita di ragazzino
a Jackson, in Congress Street, nei miei primi anni, gli
anni quaranta e l'inizio dei cinquanta -  di un'esistenza frenetica,
mutevole, provvisoria. Mi amavano, mi proteggevano.
Ma l'esperienza della vita era di fatti, di cose e persone in
movimento, e di essere spesso solo e ai bordi del campo. Cosa
che non mi ha mai rattristato, n allora n oggi. Ma non
era una vita tranquilla.
Cosa pensava realmente mio padre della sua situazione,
se ci pensava? Di sicuro pensava, senza molta specificit, che
ci sarebbe stato qualcosa, qualcosa di pi che sarebbe successo
pi avanti. Se si domandava se era un buon padre, probabilmente
credeva di esserlo. Deve essersi immaginato come
una giusta e piacevole pressione nell'aria delle stanze che
occupavamo, lui e noi; un arrivo continuamente gradito nella
vita di mia madre e nella mia. Pu aver potuto davvero
pensare che non era affatto assente, ma presente: non soltanto
in carne e ossa; non soltanto per le visite del dottore, per il
dentista, per accompagnarmi all'asilo della signora Nelson,
alla scuola domenicale; e pi tardi alle riunioni degli insegnanti
e dei genitori, dei Lupetti, in piscina, in biblioteca,
alle recite scolastiche e, ancora pi tardi, alle prove di ammissione
alle squadre di baseball e all'esame di maturit.
Questo non-essere-precisamente-l  quanto era richiesto
per conservare il suo buon impiego. E non mi portavano
sempre con loro, a trovare i loro pochi amici, a essere messo
a dormire in una camera da letto mentre di l dal muro si
beveva, si parlava e si rideva? E c'era ancora New Orleans, la
Gulf Coast, Pensacola, ogni tanto Atkins e Little Rock: i posti
dove andavano loro. Ci sarebbe stato il tempo - il pi tardi
che doveva venire - di insegnarmi le cose, di inculcarmi
un modo di essere. Lui mi chiamava figliolo. Io lo chiamavo
pap. La gente diceva che gli somigliavo. Non avrebbe
mai immaginato che settant'anni dopo non riesco a ricordare
il suono della sua voce, anche se lo desidero ardentemente.
E per me com'era?
Non potevo aver formulato l'idea che, quando io ero un
bambino nel momento dello sviluppo, lui era, in quel momento,
un giovane marito che stava subendo la trasformazione in
padre anzianotto, o che stava facendo l'esperienza dell'altro
lato di ci che mia madre sperimentava in se stessa e con me.
Era mio padre. Sapevo che questo era importante. Ne conoscevo
le dimensioni fisiche. C'era la dolcezza che mostrava
quando si sporgeva verso di te, il suo umorismo. La certezza
sconfinante nell'incertezza. La mollezza e l'odore intenso del
suo corpo. Conoscevo le parole con cui definiva quello che
faceva per guadagnarsi la vita. Conoscevo le parole con le
quali descriveva i posti dove andava: tutte cose che dovevo
sapere dall'infanzia.
Ma c'erano interazioni tra noi? Naturalmente. Devo
avergli parlato di molte cose: delle lezioni di nuoto che prendevo
al YMCA, della visita del generale MacArthur a Jackson
nel 1952, alla quale non pot assistere. Dei tentativi (falliti)
di guadagnarmi dei galloni tra i Lupetti. E pi tardi, del mio
desiderio di andare a Camp Mondamin. Non ricordo di aver
avuto un problema, di avere mai avuto la sensazione di non
stare abbastanza con lui. C'era questo, che il fatto di non essere
presente per quasi tutta la settimana divent, per me,
una specie di condizione privilegiata, un modo di distinguermi
dagli altri ragazzi. Era come se fossi arrivato ad apprezzare
il fatto che non c'era. Questo per significava anche che
non potevo - quando quegli stessi ragazzi finivano per interrogarmi
- dipingere un quadro chiaro della mia vita in una
frase, e nemmeno in quattro.
Ho gi detto che quello che non so dei miei genitori non
dovrebbe essere considerato una qualit della loro vita. Eppure,
per me - diversamente da mia madre e diversamente
da lui - la sua continua assenza, assai pi delle sue presenze
intermittenti,  diventata (e forse  stato cos per tutta la mia
infanzia) una parte assai grande della persona che era. I ricordi
lo hanno spinto sempre pi lontano, finch oggi lo vedo
- in quei primi tempi - come un uomo grande, grosso e
sorridente, ritto oltre una barriera fatta d'aria, che mi guarda,
forse mi cerca con lo sguardo, riconoscendo in me suo figlio,
ma non avvicinandosi mai abbastanza perch io possa
toccarlo.
A Jackson si viveva modestamente. Mia madre, che era
andata a scuola dalle suore, ora si un ai presbiteriani - una
chiesa vicino a casa - perch ne faceva parte la mia maestra
dell'asilo. Accettata per la fede che professa, attestava il
certificato di mia madre. Mio padre, che non andava mai in
chiesa, si iscrisse per corrispondenza, anche se era cresciuto
da presbiteriano. Accanto a noi c'era anche una scuola
- la Jefferson Davis - che  ancora in piedi. Quella dove
sarei andato io. Mia madre era una donna cordiale - quando
ti conosceva -, ma non faceva amicizia facilmente ed era sospettosa
degli altri bambini della nostra strada, bambini che
abitavano ai piani alti di case con camere in affitto ammobiliate.
Essendo lei stessa di passaggio, non vedeva di buon
occhio gli ospiti passeggeri. Nelle loro grandi case bianche
alle due estremit dell'isolato c'erano le vecchie famiglie,
che a loro volta diffidavano di noi. Mia madre e io mangiavamo
nelle pensioni in fondo a Congress Street, vicino al Campidoglio,
due isolati a sud. Oppure, certe volte, compravamo
i nostri pasti alla tavola calda del negozio di generi
alimentari, che non era lontano. Andavamo insieme in centro
a piedi ai due grandi magazzini o al cinema. Io andavo
all'asilo in autobus, da solo: camminavo per due isolati dalla
fermata in fondo a Kenner Avenue, poi prendevo l'autobus
per tornare a casa dopo pranzo. Il pi delle volte mio padre
non c'era. Ma ricordo la sua Ford parcheggiata lungo il marciapiede
nei weekend, ricordo i suoni che emetteva in casa,
in bagno, russando a letto. Ricordo la sua mole. La valigia di
cuoio sempre fatta. Gli spiccioli, il portafoglio, il coltellino,
il fazzoletto e l'orologio sul comodino (non dormivano pi
insieme). L'odore di sapone da barba profumava il bagno.
Posso sentirlo cantare: qualcosa su th wig-a-zees and th
bees in th trees che ci faceva ridere, e certe volte cantava
Danny Boy. Sento i nomi ripetuti delle persone che conosceva.
Ole Mac. Lew Herring. Sempre il signor Hoyt a Kansas
City. Il signor Beeham, il boss del signor Hoyt. Kenny vattelapesca.
E qui entrano in gioco le istantanee. Minuscoli quadretti
smerlati in bianco e nero. Mia madre aveva comprato una
Brownie e amava riprenderci insieme, mio padre e io: un
uomo grosso con un soprabito scuro, che prima mi tiene in
braccio, poi mi fa camminare sul marciapiede davanti alla
nostra casa e nel cortile della scuola; chino su di me nella
mia automobilina a pedali; pi tardi, io seduto nella sua
macchina, che sorrido affacciato al finestrino con un berretto
da baseball come se fossi appena arrivato. In queste
foto vive l'ombra di mia madre, la sua perfetta silhouette
con la macchina fotografica all'altezza della vita, e lei che vi
scruta dentro. Spesso, disteso sul letto, di notte, sento le
molle cigolare - squeeze-squeeze, squeeze-squeeze -, le loro
voci basse, chiuse nell'astuccio della vecchia intimit e
nell'aspettativa delle sue regolari partenze: se ne andava il
luned, tornava il venerd.
Cosa posso aver pensato della mia vita? Per la maggior
parte, naturalmente, dovevano essere semplici sensazioni,
non pensieri, e tra esse una parte consistente riguardava proprio
quell'aspettativa. L'attesa di lui. E una volta tornato a
casa, la previsione che gli avvenimenti della settimana - i piaceri,
i dispiaceri, le piccole controversie, le rimostranze, le
complicazioni affrontate da mia madre e da me - sarebbero
stati tutti sospesi o ignorati. O spiegati e dimenticati in un
batter d'occhio. Questo creava un'atmosfera di reticenza
concordata, di piccole dissimulazioni, di cose cui si doveva
fare buon viso, in cui si giudicava che questo era pi importante
di quello, anche quando erano importanti tutt'e due.
Questa pu essere stata la prima delle lezioni che mio padre
sperava di impartirmi, la capacit di affrontare difficolt
che non erano appianabili ma con le quali bisognava comunque
fare i conti, e per le quali si dovevano trovare delle
spiegazioni. Se le lezioni che lui intendeva non erano queste,
comunque furono quelle che imparai. Il lavoro di mio
padre era pesante. Lui era un uomo delicato (forse gi allora).
Lei non voleva rischiare di farlo soffrire. In questo io
ero suo alleato, volente o nolente.
I nonni fecero la loro parte: almeno la famiglia di lei.
Si erano ormai stabiliti a Little Rock, Bennie ed Essie. Dirigevano
un grande albergo, il Marion. Avevano pi soldi,
pi tempo. Ben Shelley teneva nello scantinato dell'albergo
cani da caccia di gran razza, guidava una Buick Super rossa.
Una a quattro obl(1). Era uno che sapeva stare agli scherzi.
Venivano a trovarci a Jackson per Natale o andavamo noi
da loro, ammucchiati nella Ford di mio padre con i campioni
di amido nel portabagagli, attraverso il Delta, attraverso il
fiume per entrare nell'Arkansas: cinque ore e pi. Stavamo
nel loro grande appartamento dell'albergo. Il 604. C'era
un'aria di festa, allegra e bevereccia. Si volevano ancora tutti
bene: una famiglia fuori del comune. C'era un senso di ricongiungimento
e un rivivere i tempi che precedevano il mio
arrivo. Per giunta, adesso c'ero anch'io, ero compreso. Era la
vita pi felice che avessi mai conosciuto.
In occasione di queste festivit, mio padre ridiventava un
genero: ma era anche un padre. Pi anziano. Anche se ora si
trovava al quinto posto, perch c'ero io ed ero portato in palmo
di mano. Bennie era un uomo capace, grasso, sveglio,
chiassoso, sboccato e combattivo, che era simpatico a tutti e
attirava l'attenzione di tutti. Un personaggio pubblico di seconda
fila e un po' ridicolo a Little Rock, col nome che appariva
spesso sui giornali. Mentre mio padre - alto, bene in carne,
un po' timido, riservato ma volonteroso, e con l'educazione di
un uomo pi minuto - era ancora un ragazzo di campagna
che ce l'aveva fatta ad arrivare dov'era, ma che non sarebbe
andato oltre. Cedeva sempre il passo a mio nonno, che mi
affascinava. Mio padre faceva parte del pubblico e non sembrava
che gli dispiacesse.
In citt viveva ancora suo fratello. Lo zio Pat era pesante,
arcigno, astioso, con una moglie piccolina azzoppata
dall'artrite. Zia Nora. Lui scritturava numeri da circo per la
fiera dello stato e aveva poco da dire. Le cose terribili che
aveva visto in guerra erano la ragione presunta del suo silenzio.
Non avevano figli. In questi viaggi per le feste lo vedevamo
solo nella sua casetta in South Spring Street, e mai per
pi di un'ora. Io non avevo fratelli, e cos il modo in cui stavano
insieme mi insegn come dovevano essere i rapporti tra
due fratelli. Non troppo intimi.

Note.
1. Le quattro prese d'aria sulla fiancata della macchina indicavano il numero
dei cilindri. [Nota del traduttore]
 
Bennie, Richard ed Essie, Hot Springs, Arkansas, 1954.
 La mattina di Natale si andava sempre ad Atkins, da sua
madre, due ore di macchina in direzione ovest. Eravamo invitati
al pranzo natalizio con i simpatici cugini e sua sorella e
il suo antipatico marito farmacista. Mio padre guardava sua
madre andare pesantemente su e gi per la casa nella fervida
ostinazione che le cose non fossero com'erano. La causa profonda
di questa situazione erano i sentimenti che lei nutriva
per mia madre: antipatia, diffidenza o semplice costernazione.
Tutti si comportavano educatamente. Di me si diceva che
somigliavo di pi allo zio William, un defunto di origine irlandese.
Mio padre era coccolato, punzecchiato. Tutti avrebbero
quasi voluto che restassimo pi a lungo. Ma noi non
restavamo. Un giorno era tutto.
Seguiva il lungo viaggio invernale di ritorno a Jackson e a
come era la vita laggi: le partenze e gli arrivi, l'apparizione
di mio padre nei weekend; mia madre e io soli nella casetta in
muratura col sicomoro sul davanti. Se avessi potuto chiederlo,
a tutt'e due, forse avrebbero detto che anche questi erano
tempi meravigliosi. Avevano passato i quarant'anni: l'et dei
limpidi orizzonti, quando, se avevi un'idea migliore, potevi
provare a metterla in pratica. Mettere al mondo un altro figlio.
Cercarsi un posto migliore. Comprare una macchina
nuova. Comprare la casa bifamiliare in Congress Street: cosa
che fecero. Il Mississippi era estraneo, avaro, ma questa era
solo una piccola parte, una parte trascurabile dell'insieme.
Mia madre non era costretta a lavorare. Avevamo una cameriera
per pulire e badare a me quando andava in biblioteca o
al cinema o a fare la spesa. Compr un pianoforte perch un
giorno potessi prendere lezioni di musica. Quando lui era a
casa c'era tempo per i picnic al Lago Pelahatchie, per gite di
una giornata alle scogliere confederate di Vicksburg, a
Stafford Springs per una nuotata, ad Allison's Wells, al ristorante
messicano Da Jack, al contrabbandiere di alcolici sull'altra
sponda del fiume, all'aeroporto per assistere al decollo degli
aerei. Non so come li vedevano gli estranei, o se la mia vita
- amato, custodito, isolato dalle circostanze e dalle personalit
dei miei genitori - era come quella degli altri ragazzi. Ripeto,
non ricordo che mia madre si lamentasse di nulla. Ma per
quanto mi riguarda, devo aver cominciato a sentire che l'assenza
di mio padre non era l'eccezione ma la regola, l'ordinaria,
identificante dimensione di ogni cosa. La gente viene e
va. Forse stavo diventando pi consapevole di lui come di
qualcuno che non c'era, e meno consapevole di lui nei giorni
e nei momenti in cui era davvero presente. La stabilit divent
una cosa che ti creavi tu. Questa pu essere stata la seconda
lezione che mi impart.
Non ricordo la stagione dell'anno in cui ebbe l'attacco
cardiaco, il primo. Qualcosa mi fa pensare che fosse in primavera,
perch quando l'ambulanza arriv a casa nostra nel
cuore della notte - e gli uomini con la barella entrarono senza
indugi nella loro camera da letto - lo portarono fuori dalla
porta d'ingresso, e non ricordo se faceva freddo o caldo. Ricordo
solamente che ero confuso e allarmato, perch nel viavai
che costituiva la nostra vita non era mai successa una cosa
simile.
Quella notte cambi tutto, naturalmente. Il tempo ricordato
pu mutare e scostarsi dalla realt. Ma io avevo con certezza
quattro anni. Sapevo qualcosa dell'assenza, ma non sapevo
nulla del cambiamento. Non sapevo nulla del cuore di
mio padre, n di ci che sentiva mia madre: suo marito, a
quarantatr anni, all'Ospedale Battista - dov'ero nato io -
disteso sotto una tenda a ossigeno, che non respirava bene.
Entrambi cos giovani.
Andammo all'ospedale, lei e io. Forse fu la stessa mattina,
pi tardi. Lo vidi sotto la sua grossa tenda chiara, grande
come una canadese. Oggi diremmo che si era stabilizzato, ma
io non sapevo cos'era successo: cos'aveva subito, come si era
sentito. Udivo le parole: attacco cardiaco. Ma lui mi sorrideva
stranamente attraverso la plastica, come se quella fosse solo
una stranissima situazione in cui trovarsi. Forse non voleva
farmi paura, anche se non ero spaventato. Era grande sotto
le lenzuola, ma non sembrava ammalato. Mi sembrava che
respirasse normalmente. Il suo medico, il dottor Hageman,
doveva aver detto ai miei genitori molte cose (a me naturalmente
non fu detto niente): che Parker poteva star bene; ma
anche che ora la sua vita poteva essersi accorciata; che doveva
dimagrire, lavorare meno, smettere di fumare, fare ginnastica,
smettere di bere, trovare un hobby, forse persino che
doveva mettere in ordine i suoi affari. La gente allora era meno
informata sugli infarti. Ma nessuno lo prese alla leggera.
E mentre io potevo non averlo detto, devo aver sentito, per il
semplice fatto di essere l vicino a loro, che ovunque era
sembrato che la vita stesse andando prima di quell'avvenimento,
ora poteva andarci diversamente. O che poteva andare
in qualche altra direzione. Ecco il cambiamento. Sua madre
non venne a trovarlo da Atkins, ma Bennie ed Essie s.
 allettante, mentre sono qui seduto sessantotto anni dopo,
proiettare una luce fosca e melodrammatica sul resto della
vita di mio padre; vederlo come il tempo tra i suoi due infarti e
prima che morisse all'improvviso. E sarebbe una descrizione
accurata, perch questo  proprio il tempo che fu. Ancora, il
dottor Hageman doveva avergli detto cosa c'era che non andava
- il soffio al cuore - e come potevano mettersi le cose;
che il tempo che gli restava non era garantito. La morte era
una probabilit, ma non c'era pi nulla di prestabilito. Adesso
era vivo. Queste erano le cose che sapeva. Eppure  anche
vero che questo periodo, tra il 1948 e il 1960, abbraccia tutto
il tempo - oggi lo posso dire - in cui conobbi mio padre non
soltanto come un padre o come il padre, ma come l'unica
volta e gli unici termini in cui mi resi conto pienamente di
avere un padre. Scrivere un memoriale e considerare l'importanza
di un altro essere umano significa provare ad accreditare
ci che altrimenti potrebbe passare inosservato: un po' riconoscendo
che dentro tutti noi ci sono dei misteri e un po'
identificando, dentro quei misteri, le virt. Ancora una volta,
non  cos diverso da quello che scopriamo leggendo un racconto
di Cechov, e probabilmente non  molto diverso dal
problema che affronta ogni figlio quando pensa ai suoi genitori
e ne stima il valore. La vita pi vera, naturalmente,  sempre
la vita vissuta. Ma il modo in cui io, suo unico figlio, posso
meglio accreditare e caratterizzare la vita di mio padre e le
sue virt  il modo in cui lui la viveva sotto i miei occhi, vale a
dire senza lo strato addizionale di infelici cognizioni posteriori,
la vita vissuta come se ci fosse stato sempre un domani,
fino al momento in cui non c'era pi.
Ecco, dunque, gli ultimi dodici anni della vita di mio padre
sulla terra. E una parte un po' pi facile da chiarire delle
parti precedenti, perch lui continu a non essere molto insieme
a noi. Ci che ricordo di lui tra i cinque e i sedici anni
si staglia, infatti, lontano dal tempo e da un orizzonte all'altro
come un gruppo di isole nel mare della sua assenza. Le
cose che accaddero quando avevo nove anni formano un'incerta
mescolanza con ci che accadde quando ne avevo dodici
o quattordici. E se per qualche tempo la sua assenza era
diventata una sorta di presenza, ora lo fu di meno, mentre la
mia vita si affollava di ansie tutte sue. In qualche modo sembrava
che in quegli anni ci fosse di lui meno ancora di quando
ce n'era di pi.
Si ristabil, almeno per certi aspetti. Non esisteva chirurgia,
allora, per quello che aveva avuto. Non gli prescrissero
pillole da prendere. Dev'esserci stato un periodo di convalescenza,
la raccomandazione di non strapazzarsi. Ma dal
mio punto di vista, prima era in ospedale e poi torn alla
solita vita.
Mise da parte le sigarette, ma non si teneva in esercizio.
Battere in macchina la sua zona era considerato stressante, e
poich io non andavo ancora a scuola, mia madre e io riprendemmo
ad accompagnarlo, questa volta con lei al volante.
Quando avermi con loro - a quattro anni - divent scomodo,
mi mandarono dai nonni a Little Rock, al Marion. Quanto
sia durata questa situazione, non lo so. Un anno, probabilmente,
con me che andavo avanti e indietro dall'Arkansas;
mentre loro due facevano quello che avevano fatto prima
che nascessi. Tornarono ai loro giri mentre lui si ristabiliva e
riprendeva le forze. Potrebbero aver amato quella vita.
La mia et, naturalmente, presto cambi questa organizzazione.
L'asilo, e poi la scuola. La collaborazione di mia madre
come autista ora doveva limitarsi all'estate. Per stare lontano
dalle sigarette lui pass opportunisticamente alla pipa,
che era considerata un male minore. Ingrass. Gli vennero le
emorroidi e grossi calli ai piedi (che asportava con una lametta
del rasoio di sicurezza stando seduto sulla sponda del
letto quando era a casa, e mentre io guardavo). Adesso zoppicava,
forse proprio per i calli. L'attaccamento che aveva
per noi si appesant. Gli si accorci il respiro e cominci l'affanno.
Perdeva i capelli. Qualcosa di nemico e di sinistro nel
modo in cui erano fatte le Ford della ditta - un difetto nella
progettazione dei profili salvaporta anteriori - fece s che pi
di una volta mio padre si chiudesse la mano nella portiera,
ferendosi ma senza rompersi le ossa. Non si era ancora ai
tempi delle cause per queste cose. Lui si sforzava di stare pi
attento. Ma nel complesso si era indebolito.
A Kansas City i suoi capi esaminarono la situazione e gli
alleggerirono il lavoro, dividendo la zona in due parti e assegnandone
una a Dee Walker. Mia madre lo aiutava il pi
possibile. E tuttavia, mio padre potrebbe benissimo essersi
sentito in trappola: nella trappola di un corpo difettoso, nella
trappola di un lavoro ormai stressante ma che aveva sempre
amato, nella trappola dell'automobile, dei caff e di tutte
quelle piccole camere d'albergo, in trappola come padre di
un figlio che vedeva solo nei weekend; quando rincasava
esausto, bisognoso di tranquillit, di comprensione e di sonno.
Poteva anche essersi sentito lontano dal suo unico amore,
che ora doveva dividere con me il proprio tempo e i propri
affetti. Forse era semplicemente rimasto danneggiato e
aveva paura.
Non so nulla della fede di mio padre, se ne aveva una.
Potrebbe aver detto che l'aveva, dopo l'attacco cardiaco. Ma
non la praticava, per tutto il tempo in cui l'ho conosciuto. So
che non aveva alcuna simpatia per i libri, dove avrebbe potuto
trovare quello che troviamo tutti se non abbiamo la fede:
testimonianze del fatto che c' un'alternativa al modo di
pensare la vita, diverso da quelli di cui siamo equipaggiati
per natura. Cercare fantasiose alternative non doveva rientrare
nelle sue abitudini.
Come ognuno di noi, conduceva sicuramente un incessante
discorso interiore, ma non era particolarmente introverso.
Non gli riusciva naturale pensare che la vita fosse inadeguata
o che richiedesse grandi miglioramenti, o vedersi
come qualcosa di straordinario o degno di particolare attenzione.
Mancava palesemente di hybris o di grandi ambizioni
e si adattava all'esistenza quotidiana meglio della maggior
parte della gente, anche quando la sua era diventata incerta.
Per molti aspetti, era un uomo che prendeva la vita come veniva,
ed era bravo a schivare la cosa cui non voleva pensare.
La malattia. Queste doti naturali, che forse lo avevano
soffocato quando era un incolto ragazzo di campagna, possono
anche essere state una difesa. E col passare del tempo pu
aver pensato che i suoi dottori lo avrebbero salvato, e voluto
rappresentarsi nelle vesti di un uomo forte per mia madre.
Ma doveva sapere, altres, che anche se poteva essere vicino
alla morte, nulla sarebbe cambiato nell'amore di mia madre
per lui. Non era, per molti aspetti, un uomo abile o pratico,
ma aveva un grande talento nell'arte di farsi amare: il che 
sicuramente una virt degna di nota, che apporta pi benefici
di tante altre.
Quanto a me, non ricordo di aver pensato molto alla malattia
di mio padre. Sapevo solo che si era ammalato, ma che
adesso quasi tutto era andato a posto. Due volte, ricordo,
ebbe una borsite e si astenne dal lavoro, restando a letto per
una settimana. E c'erano i momenti in cui si chiudeva la mano
nella portiera della macchina della ditta. Ma del suo cuore
non si parl mai, almeno quando ero a portata di orecchio.
Gli avvenimenti pi importanti della sua vita in questo
periodo non erano, per quanto potevo capirne io, legati alla
salute.
Aveva paura della morte e ci pensava? Probabilmente s.
Era teso e preoccupato per questo? Ne sono certo. Ma era
un padre ancora pi limitato di quando ero piccolo? No,
stando alla mia memoria. Ricordo di essermi reso conto che
il mio rapporto con lui sembrava diverso da quelli che erano
i rapporti degli altri ragazzi con i loro padri. Non conoscevo
nessuno che avesse un padre che faceva il commesso viaggiatore
e fosse sempre via. (Naturalmente, ce ne potevano essere
parecchi.) Gli altri padri sembravano andare in banca o
fare il farmacista o lavorare nell'industria petrolifera o gestire
concessionarie di automobili o imprese di costruzioni o disinfestazione.
Anche se sarebbe inesatto dire che questa differenza
mi turbava. A parer mio, la nostra non era una famiglia
cos insolita. N poveri. N ricchi. Molto uniti, ma riluttanti
- un po' per istinto e molto perch non avevamo scelta - a
integrarci pienamente nella vita di Jackson. Cos sono diventato
grande e ho capito che ogni famiglia, compresa la mia,
vista dall'esterno sarebbe sempre apparsa diversa da com'era
vista dall'interno.
Da altre fotografie di mio padre scattate in questi anni,
credo di vedere nei suoi molli e volonterosi tratti somatici
- e non bisogna dimenticare che le fotografie recano sempre
l'impronta di ulteriori conoscenze e necessit dello spettatore
- un'esitazione, un'assenza di ironia, una traccia di riluttanza
e di frustrazione: la pallida consapevolezza di qualcosa
di simile a una spada di Damocle. Come potrebbe non essere
vero? Eppure continuammo a fare la spola tra Jackson e
l'Arkansas, dove venivo spesso lasciato dai nonni nel loro
grande albergo ed ero felice. Altre volte, con mia madre al
seguito, trasformavamo le fiere di mio padre in vacanze. Si
andava a Kansas City, si facevano brevi puntate fino alla Costa
e ritorno, e poi, come sempre, fino a New Orleans. Ogni
tanto, durante l'estate, andavo da solo in macchina con lui,
in Louisiana o in Alabama, mentre mia madre restava a casa
a riposarsi. Dormivamo insieme - dev'essere andata proprio
cos - negli stessi letti umidi dell'albergo dove tanto tempo
prima avevano dormito loro, e mangiavamo negli stessi ristoranti
da tre dollari. Io rimanevo seduto in macchina, come
aveva fatto lei, ad aspettare che telefonasse ai clienti della
provincia. Nel corso di questi viaggi mio padre e io ci trattavamo
con impeccabile correttezza e cortesia. Lontano dal
controllo di mia madre e dalla sua occasionale volubilit,
prendeva il sopravvento un decoro nuovo e forse naturale.
Lui non mi raccontava proprio nulla della vita randagia che
avevano fatto prima del mio arrivo. Non si lamentava della
sua attuale situazione, o evitava persino di parlarne.
Raramente chiedeva la mia opinione su qualcosa. Se durante questo
tempo la sua vita era stata rovinata dalla cattiva salute o
dalle preoccupazioni, il suo mantra (e naturalmente lui non
aveva un mantra) era che tutto rientrava nella normalit.
Nelle settimane regolamentari in cui era via, mia madre e
io continuavamo semplicemente a fare la solita vita. E durante
i weekend quasi ogni scelta e ogni attivit veniva messa al
servizio del suo benessere (serenit, pasti all'ora giusta, ore
di sonno in pi, scampagnate). Insieme, i miei genitori allora
devono essere vissuti in un presente ancora pi intenso, reso
pi intenso dal fatto che c'ero io, dal trovarsi cos vicini tra
loro, non integrati nella societ di Jackson, e dall'evidente
condizione di mio padre. Questo  indubbiamente il modo in
cui si comportano, o vorrebbero comportarsi, tutte le famiglie.
Ma se dico che quando cominciavo a diventare grande
la vita di mio padre prese una direzione, e la mia un'altra,
posso anche dire che non ne fui mai consapevole, e mai mi
vidi come svantaggiato o tenuto all'oscuro. Ero il loro figlio.
Mi fidavo di loro.
Il che non significa che non ci fossero tensioni o difficolt.
A questo punto l'indole collerica di mio padre divent un
aspetto sul quale avevo informazioni di prima mano. Un uomo
pu essere timido, affabile e cortese, ma avere comunque
degli scatti d'ira. E le esplosioni di mio padre erano provocate
senza dubbio dalle silenziose disfunzioni del suo cuore e
dal senso esasperante della sua fragilit. Probabilmente era
anche depresso: ma non avrebbe trovato le parole per dirlo.
Non aveva hobby n praticava sport, non aveva particolari
interessi o entusiasmi al di fuori del lavoro e della famiglia.
Era impulsivo e poco adatto a quasi tutte le imprese che richiedono
pazienza, e perdeva le staffe rapidamente. Non riusciva
a cambiare i programmi della televisione quando voleva,
e questo lo faceva infuriare all'improvviso. Non sapeva avviare
normalmente una tosaerba, e anche questo lo faceva uscire
dai gangheri. Non si dimostr capace di montare un punching
bag nel locale dei servizi della casa nei sobborghi dove
andammo infine ad abitare. (Cadde al primo colpo.) Prov a
colorare quadretti numerati per distendere i nervi, ma non
fin mai il disegno di un cavallo palomino. Non fu capace di
montare un tabellone da pallacanestro in modo che quando
fossi diventato grande potessi avere un posto nella squadra
della scuola. Non sapeva far girare uno spiedo o attaccare
un'amaca. Quando con qualche riluttanza mi portava a pescare,
in barca, a pagamento, sui laghi del Delta - al Bee Lake - o a fare affollate e soffocanti escursioni in alto mare
nelle acque del golfo, nessuno dei due prendeva mai niente,
tornavamo entrambi col muso, e nel suo caso con una gran
stizza. Preferiva stare a casa con mia madre.
Un giorno andammo a tagliare un albero di Natale, illegalmente,
al Natchez Trace. Lui voleva un albero piccolo; io
ne volevo uno grande, e l'ebbi vinta. Ma quando portammo
l'albero in casa e si scopr che nel soggiorno non ci stava perch
il soffitto era troppo basso, fui io il primo a perdere la
pazienza. Lo trascinai fuori per accorciarne il tronco con una
sega. Mio padre mi segu, in preda a un accesso d'ira tutto
suo. Mi tolse la sega dalle mani, prese l'albero di Natale e gli
tagli la cima: mutilandolo irrimediabilmente, a mio avviso.
Io, allora, rimisi le mani su quell'albero massacrato e glielo
tirai addosso con tutta la forza che avevo. Dopodich lui mi
diede un fracco di botte alle quali non voglio pensare troppo
per la repentinit e la ferocia che mostr nel castigarmi. Non
ce ne furono molti di episodi cos, ma questo non fu l'unico.
Non ricordo che nel corso di quegli anni mio padre mi
abbia espressamente insegnato molte cose, tranne che ad andare
in bicicletta e a spostare la leva del cambio sulla sua
Ford coup a tre marce. Non mi insegn a leggere e, se la
memoria non mi inganna, non mi lesse mai nulla. Non mi
insegn a fare i nodi o ad andare a caccia o a sparare con un
fucile o ad accendere un fal o a cambiare una candela o una
gomma. Pu aver provato a insegnarmi a mettere l'esca su
un amo, ma forse non nel modo giusto, perch non accadde
mai che un pesce abboccasse. Non mi portava n al cinema
n in piscina. Non mi parl mai del sesso o delle ragazze, di
religione, delle sue preoccupazioni, di fatti del giorno o di
politica: sapevo solo che lui e mia madre avevano simpatizzato
per Roosevelt, anche se non mi disse mai il perch. Non
so cosa pensasse dei problemi razziali o di quello che avrei
dovuto fare da grande (quando, ovviamente, lui non sarebbe
stato pi tra noi). Non ricordo di avere mai fatto una vera
discussione con lui; non ricordo che mi abbia mai chiesto
cosa mi passava per la testa. Mentre camminavamo fianco a
fianco lungo una strada - per andare alla posta a spedire le
sue note spese la domenica mattina, o quando, in macchina,
stavamo facendo il suo giro - non riesco a immaginare cosa
dicevamo. La scuola per me era tutt'altro che facile, ma lui
- ch'io ricordi - non mi fece mai domande sui miei voti o su
quali fossero le mie materie preferite. Doveva aver pensato
che erano cose di competenza di mia madre. Nel corso di
tutto questo viavai in cui ci eravamo immersi insieme  ovvio
che tra noi si dicessero delle cose, si osservasse la vita che
passava, si esprimessero dei sentimenti, si condividessero
opinioni e svaghi. Era necessariamente cos. Ma il tempo e
gli avvenimenti successivi hanno cancellato queste cose. Io
vorrei poterle ricordare, se non altro perch il non ricordarle
offre della nostra vita insieme un ritratto diverso da quello
che era e ci fa sembrare, me e mio padre, solitari e distanti
l'uno dall'altro come onestamente non credo che fossimo.
Quando penso a mio padre attraverso la bruma di tutti questi
dettagli malamente ricordati, il giudizio pi sincero e pi
affettuoso che posso formulare su di lui  che non era un padre
moderno. In realt anche allora, quando lo conobbi meglio,
sembrava venuto da un altro luogo e da un altro tempo
lontano.
Eppure... Accompagn me e mia madre all'Ospedale
Battista quando avevo otto anni e dovetti farmi togliere tonsille
e adenoidi nello stesso giorno. Una volta mi assist pazientemente
con un inalatore di mentolo quando avevo l'asma:
anche se improvvisamente l'inalatore smise di funzionare
e mi schizz dell'acqua bollente sulla faccia. Questo gli fece
venire le lacrime agli occhi. Mi compr pi di un cane e almeno
tre gatti, uno dei quali fu investito da mia madre mentre
faceva marcia indietro nel vialetto. A Pasqua mi port diversi
pulcini, due anatre e due conigli, tutti scomparsi nei giorni
che seguirono. Una volta ogni tanto mi accompagnava a un
incontro di football tra licei, anche se non conoscevamo nessuno
dei giocatori e andavamo sempre via prima della fine.
Mi compr un guanto da baseball (di quelli a buon mercato)
e ogni tanto giocava con me nel cortile dietro la casa, anche se
non era bravo, lo faceva per poco tempo e non sembrava divertirsi.
Un giorno che giocai particolarmente male nella mia
squadra intitolata a Babe Ruth, il caso volle che fosse una di
quelle rare serate in cui venne. Nella macchina buia mentre
tornavamo a casa, sembrava deluso e mi disse che dovevo
giocare meglio, ma poi soggiunse che andava bene cos. Pi
tardi, quando ero alle medie, mi portava regolarmente a
scuola in macchina il luned nel lasciare la citt, ma negli altri
giorni non c'era mai.
Mentre annoto questi avvenimenti mi rendo conto che,
come molte ricostruzioni dell'infanzia, la mia - per la spietatezza
del tempo che passa - potrebbe sembrare incompleta o
mancante. Non credo, tuttavia, di essere mai stato trascurato
o di aver avuto sfortuna, o che mio padre non fosse un buon
padre, buono quanto poteva esserlo. Non avrei potuto dirlo
allora, ma una parte inespressa della mia coscienza deve aver
avuto la consapevolezza del fatto che ero il figlio unico di un
uomo partito svantaggiato nella vita, e che stava cercando di
riguadagnare terreno. Posso solo intuire qual era il suo effetto
su di me. Ma se dovessi farlo direi che, proprio perch ero
suo figlio, oggi posso riconoscere che la vita  breve e ha delle
manchevolezze, e che ancora una volta, per essere accettabile,
richiede cruciali elusioni e riempimenti. Quasi tutto se
ne va, tranne l'amore.
E cos, in un momento in cui ci si sarebbe potuto aspettare
che io notassi e ricordassi pi cose, l'assenza da casa di
mio padre divent sempre pi un dato inosservato, qualcosa
su cui potevo lavorare, basare il sogno di una vita privata, e
che potevo sfruttare fino in fondo.
Ufficialmente - secondo mia madre - io avevo ormai bisogno
di essere maggiormente sotto l'influenza di mio padre.
A scuola ero turbolento e indisciplinato. Leggevo male. Continuavo
a parlare troppo. A dieci anni non studiavo, tornavo
a casa con brutti voti ed ero poco comunicativo, cocciuto e
imprevedibile: tutte qualit che potevano essere tipiche di
un ragazzo con un padre molto assente e difficolt di apprendimento
non diagnosticate. Una mano pi ferma poteva
essere utile.
Eppure, anche se nominalmente c'era da aspettarsi che io
agissi sempre pi nel suo campo di osservazione, lui era ancora
quasi sempre via, sicch avevo una limitata consapevolezza
di come funzionassimo, lui o io, in questo nuovo stadio,
nuovo e pi urgentemente formativo, della mia vita. Stavamo
invecchiando tutt'e due, ma io non avevo l'impressione
che stessimo diventando qualcosa insieme. A dispetto di
quanto ci si poteva aspettare, lui rimaneva un peso - come la
forza di gravit - che io sentivo premere su un lato delle cose.
Una forza in gran parte invisibile.

 Parker, Edna e Richard, Biloxi, Mississippi, 1957.
 Quando tornava a casa, nei weekend, la vita non era n
peggiore n migliore. La nostra abitazione era solo meno
grande, con lui dentro. I nostri rapporti erano frequenti ma
irregolari, il suo peso su di me non persistente. Le cose venivano
a galla, poi tornavano sotto. Non era un estraneo, ma
era come un estraneo, e mentre era scontato che mi amasse,
 possibile che mi considerasse come io consideravo lui.
Certe volte ho pensato, a proposito di questi anni, che ho
avuto un padre in un momento della vita di un ragazzo in
cui avere un padre non voleva dir molto. Ma questo  il contrario
della verit, e sembrerebbe vero solo a un ragazzo il
cui padre fosse quasi sempre assente.
Tuttavia quello che conta, e che contava per mia madre e
per me,  ci che lui pensava della vita, e come la viveva. I
dodici anni tra il primo attacco cardiaco e la sua morte, il
tempo della mia ultima infanzia e della prima adolescenza,
era la sua sola vita, tutto ci che gli restava, il tempo in cui fu
pi se stesso che mai. Io dovrei prendere tutte le distanze
possibili dagli avvenimenti.
Non ricordo che fosse infelice. Come ho detto, non  mai
stato un uomo infelice. Anche se la nostra particolare versione
del rapporto padre-figlio non era n comoda n aperta, e
lui sembrava nervoso a casa, era come se cercasse conforto
ma non lo trovasse del tutto. Si ingross fino a mettere su
pancia e perse altri capelli, ma non la sua bellezza mascolina,
e loro due - i miei genitori - rimanevano una coppia attraente.
Quando vedo il suo viso nelle fotografie di quest'epoca - circa
a met degli anni cinquanta, ormai - lui ha sempre un'aria un
po' impaziente, come se stesse cercando di rilassarsi. Zoppicava,
e quando stava in piedi non era proprio eretto. Ma non
c'erano state altre crisi cardiache, n alcun peggioramento di
quelle che erano le sue condizioni: tutte cose di cui non mi
avevano detto niente. Avevo quasi dimenticato il suo infarto.
Se gli facesse piacere avere un figlio, non so dire: posso
solo aggiungere che non lo mostrava. Aveva la tendenza a
perdere le staffe, spesso con me come bersaglio naturale, dato
il mio comportamento. C'era stata la storia dell'albero di
Natale. Un giorno tagliai altri alberi nella propriet di un vicino.
Volevo costruire un fortino. Eravamo nei sobborghi,
allora. Questa infrazione lo fece uscire dai gangheri, e mi
pun duramente. Lui e mia madre avevano i loro dissidi, a
volte con me presente. Ogni tanto si mettevano a gridare.
C'entrava il bere, di solito. Una volta a New Orleans, in St.
Louis Street, a tarda sera lui la tenne ferma contro il muro di
una casa, dopo che avevamo cenato da Antoine. Urlavano.
Nessuna lite, per, dur fino al giorno dopo. Non che non
andassero d'accordo. Questo era il loro modo di andare d'accordo.
E tutto finiva rapidamente perch in effetti andavano
d'accordo.
Ma io diventai pi guardingo: nei suoi riguardi, perch
lui era pi imprevedibile di lei. Lo tenni pi a distanza dalle
cose che facevo e che dicevo. Forse  quello che fa ogni ragazzo
adolescente con suo padre. Non mi confidavo con lui,
e questa - poich ero poco comunicativo - era una mia abitudine
in generale. Non gli chiedevo molto: qualche spicciolo,
l'uso della macchina dopo i quindici anni, il permesso di
comprarmi una motocicletta, il permesso di andare a distribuire
un giornale porta a porta; tutti concessi. Come ho detto,
a scuola non andavo molto bene, ma lui non sembrava
particolarmente interessato, e nemmeno preoccupato. Presumibilmente,
non era andato bene a scuola neanche lui, e
sapeva che nella vita c'erano strade che non avevano niente a
che fare con la scuola o le grandi imprese. Vendere amido.
Seguire le sue orme. Di questo non parlavamo mai.
Chi era chiaramente al centro della sua vita era mia madre.
Per lei, io avrei potuto diventare di pi il centro, con un
marito dalla salute compromessa che poteva non vivere a
lungo. Ma per lui il centro era lei. Anche allora, sapevo di
essere il terzo. Una posizione ideale, dal momento che potevo
osservarli, origliare dietro le porte, sentire di notte le molle
del letto quando lui usciva dalla propria stanza per visitare
la sua, il tutto senza attirare molta attenzione su di me. Il fatto
che erano cos uniti mi rendeva libero e diventava un altro
lusso, nato da come la vita si andava costruendo.
Quando tornava a casa il venerd sera, portando i suoi
pacchetti da qualunque localit fosse stato, era per ritrovare
lei. Quando rideva (e lo faceva spesso), era per qualcosa che
aveva detto lei. Quando non capiva una cosa (anche questo
era frequente), gliela chiariva lei. Quando venivano i parenti
per Natale, o andavamo noi da loro a Little Rock, lui non la
perdeva di vista. Quando andavamo ad Atkins da sua madre,
si sedeva o stava in piedi accanto a lei. Era il suo protettore,
ma lei era la sua protettrice. Se questo significava che
io ero pi lontano dal centro delle cose, ho passato tutta la
vita pensando che  il modo giusto di essere una famiglia.
A un certo punto, quando avevo quasi dieci anni, nel
1954, mi accorsi che mio padre aveva cominciato a desiderare
ardentemente di vivere nei sobborghi, e al tempo stesso a
sognare una macchina nuova, qualcosa di meglio della Ford
della ditta: due cose nuove che dovevano essere sue e soltanto
sue. Era come se improvvisamente un prezioso aspetto
della vita gli fosse sembrato a portata di mano, o cos vicino
da poterlo sfiorare con la punta delle dita. Voleva esaudire
questi desideri, come se fosse stato preso dalla fretta.
Macchine nuove cominciarono a fare la loro comparsa
nel vialetto della nostra casa in Congress Street. Erano automobili
da dimostrazione-, termini ormai scomparsi dal lessico
dell'arte delle vendite. Arrivavano Dodge bicolori nuove
fiammanti con pinne, grossi paraurti nei quali potevi
specchiarti e antenne che frustavano l'aria. Splendenti Bel Air.
Ford molto pi belle. Una Pontiac cromata Star Chief che
valeva duemilaseicento dollari. Ci venivano consegnate da
giovani e asciutti venditori con i capelli a spazzola affinch
le provassimo durante il weekend; e per quasi due giorni le
macchine restavano parcheggiate davanti alla casa sotto gli
occhi di tutti, facendo credere per breve tempo ai vicini che
erano nostre. Mio padre si piazzava sul nostro praticello, fumando
la pipa, studiando le macchine attentamente, o le osservava
con aria pensosa dalla finestra della camera da letto,
presumibilmente cercando di decidersi. Poi, il luned, le
macchine tornavano dal concessionario. Lui e mia madre
avevano preso una decisione, anche se nessuno mi aveva
detto quale.
Ma il sabato pomeriggio e la domenica dopo essere andati
in chiesa, saltavamo tutt'e tre nella macchina nuova (che non
doveva diventare nostra) per provarne la guida a nord della
citt, nei nuovi sobborghi che andavano allargandosi alla sua
periferia dove mio padre sognava che presto ci saremmo trasferiti.
Meadowbrook, Northside, Hanging Moss, Sherwood
Forest, Watkins Drive. Cul-de-sac. Lottizzazioni per villette
in serie da costruire l'una accanto all'altra alla carlona. Molte
di queste future villette erano ancora solo terreni agricoli o
pinetine strapiombanti verso le paludi del Pearl River, dove
vivevano cervi, linci rosse e tacchini, ma dove presto ci sarebbero
state strade, case e scuole. I compratori potevano scegliere
un lotto, una casa costruita a met, bella fuori ma scadente
negli impianti o una casa modello finita e gi arredata.
L vicino, l'Interstate si arrampicava verso il Nord. Presto la
terra si sarebbe riempita fin quasi a Chicago.
Quale fosse di preciso la natura dell'intenso desiderio di
mio padre - mentre attraversavamo lentamente quei demos
capricciosi, gi per una curva incompiuta della strada e su
per un'altra, un weekend dopo l'altro, tempo in cui avrei potuto
fare qualcos'altro ma dovevo andare con loro, mentre
mio padre puntava avidamente lo sguardo sulle case che passavano,
come se intravedesse nelle nubi una splendente fantasia
- non lo so.
Un giorno, un'ombrosa domenica sul tardi, trovammo la
strada seguendo delle tracce sulla ghiaia, un vecchio sentiero
frequentato dalle coppiette dove un cartello scritto a mano
diceva lotti. In fondo c'erano alcune macchine della polizia.
L nel bosco un ragazzo aveva ucciso la fidanzata, poi si era
tolto la vita. Un agente in divisa si avvicin alla nostra macchina
e si chin sul finestrino togliendosi il berretto e scuotendo
la testa. Oh, ragazzi, non vorrete mica andare a vedere
quel che c' laggi, disse, ve lo sconsiglio. Facemmo
marcia indietro e tornammo a casa lentamente, come se la
nostra ricerca avesse raggiunto il luogo dove finiva la civilt.
 probabile, naturalmente, che non ci fosse nulla di strano
in questa nuova smania che si era impadronita di mio padre.
Quasi certamente lui sentiva che i giorni che lo aspettavano
erano meno di quelli che aveva alle spalle, e forse si era
concentrato sull'idea di una casa nuova e di una macchina di
lusso con lo zelo tipico di un uomo come lui: per reinvestire
nel mondo, come se, compresa nell'affare, ci fosse la promessa
di una vita pi lunga per tutt'e tre.  anche possibile
pensarlo semplicemente - per una volta - come un uomo del
suo tempo. Se i sobborghi non erano il sogno che aveva intravisto
tra le nuvole, erano nondimeno qualcosa di nuovo l
sotto i suoi occhi, e lui vi poteva andare incontro: un ragazzo
venuto dalla campagna che non aveva alcuna voglia di tornarvi,
che aveva fatto pi strada di quanto fosse immaginabile
e che si sentiva libero di pensare le stesse cose cui pensavano
molte altre persone.
Io, naturalmente, avevo finito per apprezzare il posto dove
vivevamo, in Congress Street. Avevo amici, qualcuno. Mi
ero adattato all'inevitabilit della scuola. Non avevo il senso
di mio padre di qualcosa d'incombente, sicch il mio mondo
girava intorno a princpi relativamente semplici. Vivevi dove
vivevi, conoscevi chi conoscevi. Quando i miei genitori parlavano
di cambiare casa, quando passavano la sera seduti al
tavolo della sala da pranzo a contare e ricontare i soldi, a elaborare
una strategia per iscrivermi a una scuola pi nuova,
migliore, per allontanarci da vicini che conoscevano e andare
verso vicini che non conoscevano, io non venivo mai
coinvolto nella discussione. C'erano le gite domenicali, le
villette. Ma io non prendevo troppo sul serio nulla di tutto
questo. Non mi sembravano tipi da cambiare drasticamente
la propria vita una volta che aveva trovato la sua collocazione:
com'era successo. Non mi sembrano tali ancor oggi. E
cos ancora una volta io cerco di affrontare la loro diversit
ed essi mi eludono, come fanno tutti i genitori.
Ci fu qualche momento in cui la scampammo bella, quando
mio padre arriv a un pelo dal comprare una casa. Un'offerta
esitante venne fatta a un certo signor Culley, ma fu declinata:
il che suscit in lui un po' di rancore. Un'altra volta
entr in possesso di alcune semplici mappe che si potevano
chiedere alla rivista Town and Country. Numerose conversazioni
ebbero luogo con i costruttori, omaccioni in cachi e
camicia bianca, e mio padre accanto a loro in mezzo a una
strada ancora da finire, che teneva in mano le sue mappe arrotolate
e indicava un lotto dove poteva erigersi una casa. Ce
n'era una finita che gli piaceva molto, ma per la quale la banca
bocci i suoi requisiti. Divent pi risoluto e impaziente, ma
era troppo gentile, troppo burbero, troppo poco furbo - anche
con l'aiuto di mia madre - per combinare un affare.
Il tempo passava. Forse di notte faceva sogni pi vividi di
me che tosavo un prato mentre lui stava a guardare. Di strade
tortuose senza cordolo e senza gente di passaggio, di uno
scuolabus giallo che si fermava per prendermi a bordo, di
tornare nei weekend in una casa nuova, di essere visto da
nuovi vicini con gli stessi gusti, dell'aspetto che avrebbe avuto
mia madre quando aspettava sulla porta ogni volta che arrivava
il venerd. Sorridendo.
Cominciarono a svolgersi tra loro conversazioni meno
sussurrate sul mio bisogno di andare a una scuola migliore.
Non mi fu spiegato cosa c'era che non funzionava in quella
che frequentavo. Colsi anche dei commenti sull'ipotesi di
tenere la casa in Congress Street per affittarla, intascando il
canone e il valore aggiunto. Si parl persino di un aiuto da
parte dei genitori di mia madre. Lo stipendio di mio padre
alla Faultless era arrivato solo a duecentosettantacinque dollari
al mese. Si aveva l'impressione che qualcosa stesse montando:
cosa? La tensione? L'aspettativa? Le esigenze?
E poi, un giorno, improvvisamente comprarono una casa:
o meglio, la compr mio padre. In un solo giorno, cos mi
sembr. Non l'avevo mai vista prima, anche se si trovava in
una strada dove spesso passavamo lentamente. Berlin Drive.
Numero 4262.
La casa era nuova e dipinta di un verde pallido - come
quelle di Gentilly - con una quercia nel cortile, un garage,
tre camere da letto, una porta d'ingresso rossa. Sorgeva in un
lotto di duemila metri quadrati (a tutt'oggi  ancora l). Nella
casa accanto, al 4276, abitavano dei giovani vicini - i
Barfield - che avevano realmente gli stessi gusti di mio padre.
Dall'altro lato si stendeva l'aperta campagna. Le strade vicine
portavano i nomi di famose citt europee. Atene, Bruxelles,
Londra, tutti viali. A tempo debito sarebbe diventato un
quartiere. Il costruttore era un certo signor Charles
Galloway. Copie identiche della nostra casa si trovavano in
altre strade vicine, con colori diversi. Una aveva il garage
dall'altro lato.
Per me, queste duplicazioni erano strane e deludenti.
Anche se le aveva notate, mio padre non ne parl.
I genitori di mia madre si fecero avanti, come promesso.
Mio padre non aveva abbastanza soldi per l'acconto - 1700
dollari -, il dieci per cento dei diciassettemila dollari del prezzo
richiesto, molto meno oggi del costo di una Ford usata. Si
accordarono su un prestito, che sarebbe stato estinto a rate
mensili. Avrebbero tenuto la casa in Congress Street. Forse
questo denaro offerto dai genitori di mia madre lo metteva in
imbarazzo, forse si sent sminuito. Ma nessuno lo fece sospettare.
In quattro e quattr'otto fu comprata anche un'Oldsmobile
dell'88, nuova di fabbrica: con quali soldi, non so. Aveva il
tetto rosa e il resto della carrozzeria tra il grigio e il carboncino:
una combinazione di colori allora popolare.
Ho volutamente isolato gli eventi - la nostra nuova casa e
la nostra macchina splendente - perch insieme compongono
gli ultimi fatti celebrabili della mia intatta vita familiare.
 possibile che i miei genitori avessero gi mosso i primi passi
su una lunga strada di incertezza, e che mio padre stesse cercando
di far durare quest'ultimo regalo. I sobborghi lo facevano
sentire realizzato, gli conferivano un senso di appartenenza,
erano la conferma che aveva fatto molta strada da
dove era partito, e anche una felice distrazione dai suoi problemi
di salute: tutte testimonianze del fatto che non aveva
fallito. In altre parole, il progresso. Il Mississippi - fino ad
allora blando e indifferente - era diventato un posto in cui
lui era un uomo creato dalla propria condizione. Era invisibile,
ma diverso da com'era stato invisibile. E questo lo soddisfaceva
quasi interamente.
Quando andammo a stare in Berlin Drive, e io ebbi cominciato
a frequentare la scuola nuova (non  sorprendente
che la odiassi), e quando lui fu tornato al suo lavoro - andata
il luned, ritorno il venerd - con mia sorpresa la vita familiare
divent meno scontata. Dev'essere una facilitazione che
producono i sobborghi. So solo che mio padre era felice. Il
suo umore miglior. Riprese a raccontare barzellette e persino,
ogni tanto, a cantare: anche se non era pi rilassato. Ancora
una volta, lo dimostrano le fotografie. Era amato dai nostri
nuovi vicini - lo erano entrambi - anche se era inteso che non
sarebbe stato molto a casa, e che io, almeno fino a un certo
punto, sarei stato de facto affidato alla tutela del vicinato.
Per quanto mi riguarda, divent pi marginale, ancor
meno una presenza, pi un'ombra che un peso. Questo
avrebbe dovuto essere l'atteso dopo, il tempo in cui poteva
finalmente insegnarmi delle cose, quando i nostri rapporti
sarebbero diventati pi stretti. Ma non accadde, anche se,
ripeto, non posso dire di essermi sentito svantaggiato.
Fece costruire un patio di cemento, compr un'amaca
nuova, e un impianto di condizionamento per la macchina
della ditta. Preso da un nuovo interesse, si mise a piantare
pini dietro la casa: ma ne piant troppi, troppo vicini, e non
crebbero rigogliosi. Semin pomodori. Piant erba da giardino,
azalee e una magnolia, l'albero dello stato. All'inizio di
questa nuova vita, crebbero anche le sue preoccupazioni per
la madre ad Atkins. Aveva gi pi di ottant'anni e stava peggiorando.
Aveva paura che morisse. Cos, quando poteva, si
sobbarcava, andata e ritorno, il lungo viaggio per andare a
farle visita. Veniva pi spesso a vedermi giocare negli incontri
di baseball della mia squadra, guidava la macchina nuova
durante i weekend, e un giorno che mi misi nei pasticci con
la polizia per aver rubato dei pezzi di ricambio, mostr verso
di me una pazienza e un garbo inaspettati, cosa che invece
non mostr mia madre.
Pensava, adesso, a cose che poteva fare diverse dai viaggi
e dall'essere lontano da noi? Non aveva ancora compiuto
cinquantacinque anni. E i miei genitori, appena sistemati,
presero in considerazione nuovi progetti? Parlarono forse di
tutto quel tempo in cui c'erano stati solo loro, e di quanta
strada avevano fatto insieme? Non lo so. A quanto avevo potuto
vedere, il presupposto della nostra vita erano la continuit
e la certezza della mia permanenza. La conoscenza degli
scrupoli, delle paure dei miei genitori e dei loro nuovi
desideri, in tutto e per tutto simile a quello che sapevo dei
miei, poteva essere soltanto approssimativa, dal momento
che di queste cose non dicevano quasi niente. Presumibilmente,
fu per loro un periodo ricco di novit. Anche se  pi
probabile che del futuro non pensassero altro che questo:
che sarebbe arrivato.
Il che  quanto avvenne.
Retrospettivamente, l'avvento della morte pu gettare
una luce troppo drammatica sugli eventi che hanno portato
alla morte.
Come ho detto, ch'io sapessi, non era stato male. Non
c'erano state crisi di altro genere. Poteva averlo preoccupato
il mio problema con la polizia. Ma poich l'aveva presa bene,
avevo cominciato a pensare che lui e io ora avremmo potuto
essere gradualmente pi vicini. Presto sarebbe arrivato il
mio sedicesimo compleanno, il 16 febbraio 1960. Mi aveva
comprato la chitarra Gibson basic che desideravo moltissimo
e pagato alcune lezioni. Lui e mia madre erano allegri.
Non molto tempo prima era andato all'incontro di football
Senior Bowl in Alabama - c'era andato da solo perch ne
aveva voglia - ed era stato contento di averlo potuto fare.
Era come se nella sua vita si fosse aperto un nuovo orizzonte.
Un venerd sera torn a casa come al solito. Pareva che
tornasse sempre dalla Louisiana. Nella nostra nuova casa ci
fu la solita esultanza. Luci accese e sfolgoranti. Qualche
bicchiere in cucina, risate, le sue barzellette, il ripasso della settimana
appena finita. Mia madre aveva cucinato filetto alla
Stroganoff, un piatto nuovo. Niente fuori del normale. Io
guardavo Rawhide alla televisione. Andarono nella camera
di mia madre e chiusero la porta. A un certo momento, pi
tardi, lui and a letto, e allora io guardai la televisione fino a
mezzanotte. E poi andai a dormire.
Alle sei fui svegliato da mia madre che diceva il nome di
mio padre. Carrol. Era cos che lo chiamava. Svegliati,
Carrol. Svegliati. Che succede? Svegliati. Poi, pi forte:
Svegliati!.
Scesi dal letto in pigiama, andai in corridoio e mi fermai
davanti alla porta della camera adiacente, che era la sua. Mia
madre si sporgeva in avanti di fianco al suo letto, sopra di lui.
Mio padre, a letto, respirava affannosamente. Aveva gli occhi
chiusi. Era immobile, a parte gli sforzi che faceva per respirare.
Lui - la sua pelle - pareva grigia. Svegliati! diceva
mia madre, insistentemente ma in un modo diverso dal primo
Carrol, svegliati. Lo prese per le spalle, accost il proprio
viso al suo e lo scosse. Ma lui non si muoveva. Richard,
cos'ha che non va? disse. Si volt a guardarmi. Stava per
piangere e per lasciarsi prendere dal panico. Era sull'orlo di
qualcosa di brutto. Il 20 febbraio 1960, quattro giorni dopo
il mio compleanno.
Non so se risposi Non so alla sua domanda. Per mi
feci avanti, salii sul letto dove si trovava, e presi mio padre
per le spalle e lo scossi. Molto forte. Non forte come avrei
potuto, ma forte. Lo chiamai - pap - parecchie volte. Lui
tir un profondo respiro ed espir faticosamente, in un modo
che gli fece tremare le labbra, come se cercasse di respirare
(anche se credo che fosse gi morto). Con le mani gli girai
il viso all'ins, usando i pollici per aprirgli la bocca molle e
carnosa e i denti, e misi la mia bocca sopra la sua e soffiai
dentro di lui, nella bocca, in gola e (pensavo) nel suo petto.
Non sapevo come farlo, o se aveva senso. Avevo solo sentito
parlare di gente che si era comportata cos. Ma lo feci parecchie
volte, forse una decina. E il risultato dei miei tentativi di
respirare al posto suo, o di insufflargli il mio respiro e di risvegliarlo
e farlo vivere, fu nullo. Non riprese a respirare e
non emise altri suoni.
Dopo aver passato un po' di tempo in ginocchio, sul letto
con lui - quando devo avere cominciato a pensare che era
morto - scesi e mi rivolsi a mia madre, che era indietreggiata
fino al vano della porta e si era portata i pugni alle tempie,
guardando tutto quello che accadeva davanti ai suoi occhi.
Non ricordo di averle detto qualcosa. Posso avere soffocato
qualche suono dentro di me. Ma mia madre disse: Oh, no.
Oh, no, no, no, no, no, no, no. Che  il momento in cui le
passai davanti - mentre lo stava dicendo - e andai in fondo al
corridoio a chiamare il dottore. La sua casa non era lontano
dalla nostra. Queste cose - che venisse il dottore - erano pi
comuni allora di oggi.
Il resto si pu raccontare, ma per me ha meno importanza.
Mio padre, che mor quel giorno,  sepolto ad Atkins,
nell'Arkansas, non accanto a sua moglie, ma accanto ai suoi
genitori. Quando giaceva nella sala delle pompe funebri di
Jackson ed era stato visto per un giorno, suo fratello Pat
venne gi da Little Rock e, senza chiedere il permesso a nessuno,
ordin tranquillamente che il corpo di mio padre venisse
trasportato ad Atkins su un treno merci per seppellirlo
in una tomba di famiglia troppo piccola per poter accogliere
mia madre. Lei, che era fuori di s dal dolore, venne a saperlo
solo nelle ore seguenti, dopo la partenza del treno. Era
troppo, e troppo tardi per provare a cambiare le cose: o cos
pens. Io ero troppo giovane per essere d'aiuto. La madre di
mio padre, Minnie, era ancora viva: ottantatr anni, nata
nella contea di Cavan. Ecco come si organizzarono. Cos sua
madre, in extremis, sarebbe tornata in possesso del figlio.
Con queste azioni si  commesso un grave torto che nel
ricordo vive ancora. E non c' pi niente da fare. Alla fine,
lui si separ da mia madre per l'ultima volta. A ragione o a
torto, nel modo di pensare di quella donna l'eternit non sarebbe
stata di loro due insieme. Non  la cosa pi triste che
io conosca. Ma  una di queste. In segno di rispetto per entrambi,
e per amore, non vado a visitare le due tombe, dal
momento che fu insieme che conobbero la vita nei suoi momenti
pi rosei, e insieme io preferisco pensarli.
Ma ogni giorno non passa un'ora senza che io pensi qualcosa
di mio padre. Molte di queste cose le ho scritte qui. Certi
uomini hanno il padre per tutta la vita, crescono e diventano
adulti nell'orbita e sotto lo sguardo del padre. Mio padre
non fece questa esperienza. E io posso immaginare una vita
cos, ma solo immaginarla. Il romanziere Michael Ondaatje
ha scritto riferendosi a suo padre che ...la mia perdita 
consistita nel fatto che non gli ho mai parlato da adulto. La
mia  la stessa - e anche diversa - poich, se mio padre fosse
vissuto oltre l'ora stabilita, probabilmente non avrei mai
scritto niente, tanto grande sarebbe presto diventata la sua
influenza su di me. E mentre non avere scritto niente sarebbe
stata una perdita sopportabile -  dovere di tutti impiegare
nel modo migliore la vita che ci ritroviamo -, oggi non
esisterebbe questo piccolo ricordo di mio padre, delle sue
gioie, dei suoi travagli e delle sue virt: qualit che altrimenti
sarebbero rimaste invisibili, mentre meritano di essere ricordate
da tutti noi. Per suo figlio, non aver lasciato questo ricordo
sarebbe stata una perdita veramente dolorosa.
 
Mia madre, in memoriam
Edna Akin, 1928.
 Mia madre si chiamava Edna Akin ed era nata nel 1910
nell'angolo nordoccidentale pi remoto dell'Arkansas - la
contea di Benton - in un posto di cui non sono certo di conoscere
l'ubicazione e dove non sono mai stato. Vicino a Decatur
o Centerton. Una citt che forse non esiste pi. O meglio,
non una vera e propria citt: solo un paese in mezzo alla
campagna non lontano dal confine con l'Oklahoma, un impervio
territorio che nel 1910 sapeva ancora di frontiera. Solo dieci anni prima vi imperversavano rapinatori e fuorilegge.
Allora Bat Masterson(1) era ancora vivo e da non molto tempo
aveva lasciato la Galena.
 un aspetto che mi preme sottolineare non perch si
presta alle fantasticherie o perch fa sembrare straordinaria
la vita di mia madre, ma perch rende l'idea del tempo che 
passato da allora e ci rimette davanti agli occhi un posto cos
lontano e cos difficile da conoscere; e anche perch  mia
madre, che ho conosciuto molto bene, a legarmi a quell'estraneit,
quell'altra cosa di cui non so e non ho mai saputo
granch. Questa  una qualit della vita con i nostri genitori
che viene spesso trascurata e di cui si sminuisce l'importanza.
I nostri genitori ci legano intimamente, chiusi come siamo
nelle nostre vite, a una cosa che non siamo, creando una
sorta di separatezza congiunta e un utile mistero, per cui
anche quando ci troviamo insieme a loro siamo soli.
Aver preso in considerazione la vita di mia madre  un
atto d'amore. E il mio ricordo incompleto della sua vita non
dovrebbe essere considerato come un amore incompleto.
Ho amato mia madre nello stesso modo in cui pu amare un
bambino felice, spensieratamente e senza dubbi. E quando
sono diventato adulto, ed eravamo due adulti che si conoscevano,
grande era la stima reciproca. Potevamo sempre dire
Ti voglio bene per chiarire senza interromperci i nostri
complicati rapporti. Questo mi sembra perfetto oggi, e perfetto
mi sembrava allora.
Ho gi detto che i miei genitori non erano una coppia cui
la storia avesse molto da offrire. Questo potrebbe aver avuto
a che fare col non essere ricchi o con l'essere, tutt'e due, gente
di campagna e poco istruita; o col non essere particolarmente
consapevoli di molte cose. Per mia madre, la storia era
fatta di piccole cose, trascurabili residui, alcuni dei quali meschini.
Nel suo passato non c'era nulla di eroico o edificante.
In questo c'era sicuramente lo zampino della Depressione, i
tempi difficili che tutti avevamo attraversato. Negli anni
trenta, dopo il loro matrimonio, vissero semplicemente, solo
l'uno per l'altra e alla giornata. Bevevano un po', erano sempre
in giro a causa del lavoro di mio padre. Non si annoiavano,
sentivano di avere poco per cui voltarsi indietro, e non lo
facevano.
Della vita di mia madre da ragazza non so molto: per
esempio, da dove venisse suo padre. Il cognome Akin fa pensare
alla possibilit di una discendenza dal protestantesimo
irlandese. Lui faceva il carrettiere, e mia madre ne parlava
con affetto, anche se poco. Oh, diceva, mio pap era un
galantuomo. Ed era tutto. Mor di cancro negli anni trenta,
ma non prima che mia madre gli fosse stata affidata da sua
madre quasi come una bambina abbandonata. Questo accadde
prima che lei compisse dodici anni. La mia idea  che
vivessero, padre e figlia, nel profondo dell'Ozark, vicino al
posto dov'era nata, e che per lei fosse stato un bel momento,
finch dur. Ignoro, tuttavia, quanto dur, o in quale direzione
si manifestassero i suoi entusiasmi quando era piccola,
o quali fossero i suoi pensieri e le sue speranze. Non me l'ha
mai detto.
Di sua madre c' qualcosa di pi da raccontare: una storia.
Veniva dalle stesse zone boschive e selvagge del Nord
dell'Arkansas e aveva fratelli e sorelle. Si vociferava che fosse
di sangue osage: gli indiani del petrolio che avevano perso
tutto. Ma io non so quasi nulla dei genitori di mia nonna,
anche se possiedo una fotografia della mia bisnonna e di mia
nonna insieme, col nuovo marito di mia nonna, il secondo,
tutti seduti su un rozzo carro agricolo. In questa foto c' anche
mia madre, ma sullo sfondo.  una foto per la quale tutti
si sono messi in posa in uno studio, probabilmente a Fort
Smith intorno alla met degli anni venti. Doveva essere un
quadretto comico. La mia bisnonna  vecchia, arcigna e sembra
una strega; mia nonna  severa e graziosa in una lunga
pelliccia di castoro; mia madre  giovane e guarda dritto
nell'obiettivo con i suoi penetranti occhi neri. Non c' nulla
di particolarmente comico.
A un certo punto lei - mia nonna - aveva lasciato il suo
primo marito, il padre di mia madre, e si era messa con l'uomo
pi giovane della fotografia, Bennie Shelley, pugile
disoccupato e tuttofare. Anche questo pu essere successo a Fort
Smith. Lui  un bel ragazzo biondo. Snello, sveglio e astuto.
Il suo nome da pugile era Kid Richard. Lo stesso nome
che porto io, anche se non c'era nessuna parentela. Mia nonna
era pi vecchia di Kid Richard. Ma per sposarlo in fretta
ment sulla sua et, si tolse la bellezza di otto anni e cominci
quasi subito a rammaricarsi di avere una figlia carina - mia
madre - tra i piedi.
E cos per un periodo - tutto nella vita di mia madre sembrava
succedere per un periodo, mai troppo a lungo - la
mandarono alla St. Anne Academy di Fort Smith. Ancora
Fort Smith. Questa a suo padre, lass in montagna - ma non
pi il suo guardiano, adesso - dovette sembrare una buona
idea, perch le pag la retta per andare a scuola dalle suore.
Non so cosa facesse sua madre - il cui nome era Essie o Lessie
o soltanto Les - nel tempo in cui mia madre andava a scuola.
Furono solo tre anni, fino alla terza media. Probabilmente
cerc di stringere la presa che aveva su Bennie Shelley, che
era di Fayetteville e l aveva la famiglia. Bennie aveva fatto il
cameriere, quando non saliva sul ring, e presto prese servizio
nei vagoni ristorante della linea di Rock Island, il che significava
abitare a El Reno e spingersi fino a Tucumcari. Indiscutibilmente
lei cercava di dominarlo e ci prov, con mediocre
successo, per tutta la vita. Deve aver intuito che con Bennie
poteva fare molta strada e che lui era la sua migliore e forse
ultima occasione per arrivare a qualcosa. Un biglietto per lasciarsi
alle spalle la campagna.
Mia madre spesso ci ricordava quanto le erano piaciute le
suore di St. Anne. Erano severe. Intelligenti. Imperiose. Devote.
Ma anche spiritose. Fu l in collegio che mise insieme
quel po' di istruzione che aveva. Come studentessa era mediocre
ma simpatica, anche se fumava sigarette, era carina e
rispondeva, e spesso veniva punita per questo. Se non mi
avesse mai parlato delle suore, se non mi avesse spiegato la
loro influenza sulla sua vita, forse non avrei mai capito molto
di mia madre. St. Anne gett sia una luce che un'ombra sul
resto della sua vita. In fondo al cuore - come sospettava cupamente
la suocera irlandese -, mia madre era cattolica. Il
che voleva dire (per lei) che era sempre pronta a perdonare.
Che rispettava i riti e i protocolli. Che chinava il capo davanti
ai simboli della fede e alla disciplina interiore, anche se era
incerta a proposito di Dio. Tutto quello che ho sempre pensato
dei cattolici - il bene e il male - l'avevo gi pensato prima
a causa di mia madre, che cattolica non era mai stata ma
visse tra loro a un'et suggestionabile e am ci che apprese
e chi glielo insegn.
Ma per ragioni di cui non so nulla, sua madre - che ora
esigeva (scandalosamente) dalla figlia che si facesse passare
per sua sorella - la tolse da St. Anne a met dell'anno. Il che
signific la fine degli studi, anche se mia madre non fu un'aggiunta
gradita alla vita di sua madre. Non ho mai capito per
quale motivo sua madre la tolse. Soldi, presumibilmente. Solo
uno di quegli atti inspiegabili che cambiano tutto.
Con i suoi genitori, adesso, cominciarono i trasferimenti.
Dal Nord dell'Arkansas a Kansas City. Di nuovo a El Reno.
A Davenport e Des Moines, ovunque il Rock Island portasse
Bennie, che stava facendo carriera nel servizio dei vagoni ristorante
e sviluppando la propria intraprendenza. Presto sarebbe
sceso dal treno per occuparsi del catering all'Arlington
Hotel di Hot Springs, dove fece assumere mia madre
come cassiera della tabaccheria e dove si apr, per lei, uno
spiraglio da cui vedere il mondo. La gente veniva a Hot
Springs da molto lontano per sottoporsi alle cure termali.
Ebrei da Chicago e da New York. Canadesi che parlavano in
francese. Europei. Gente ricca, alla quale mia madre vendeva
sigari e giornali. Essendo carina, faceva amicizia con i giocatori
di baseball. A quel tempo le squadre della prima divisione
si allenavano in montagna. I Cardinals. I Cubs. Conobbe
Grover Alexander e Gabby Hartnett. Ed  in questo periodo,
quando aveva diciassette anni e abitava con i genitori e
faceva pesanti orari di lavoro, che conobbe anche mio padre,
che lavorava come commesso nella drogheria di Clarence
Saunders in Central Avenue, e si innamorarono.
Del corteggiamento non so nulla, se non che ebbe luogo
a Hot Springs, ma anche a Little Rock. Era il 1927. Mio padre
aveva ventitr anni. Lei diciassette o diciotto. Da Saunders
lui si occupava dei prodotti agricoli: la frutta e la verdura.
Qualcosa lo aveva portato l dalla terra dov'era nato, ad
Atkins: un'irrequietezza. Cosa potesse aver avuto in mente
per se stesso, non so. Ma posso vederli facilmente come coppia.
Compatibilmente belli. Cordiali e timidi. Mia madre,
nera d'occhi e di capelli, procace. Mio padre, con gli occhi
azzurri come i miei, grosso, ingenuo, onesto, accondiscendente.
E posso intuire cosa forse pensarono l'uno dell'altra.
Mia madre sapeva molte cose, non tutte buone. Aveva lavorato
negli alberghi, era stata tolta bruscamente dal collegio.
Era vissuta in citt. Si era mescolata con persone molto diverse,
era stata l'ingombrante terzo incomodo alle nozze di
sua madre. Mentre mio padre era un ragazzo di campagna
che aveva lasciato la scuola alla fine delle elementari ed era il
pi piccolo di tre fratelli, il figlio iperprotetto di un suicida.
Posso immaginare che mia madre desiderasse una vita migliore
di quella che faceva lavorando per il malfido patrigno,
che ritenesse di non essere stata trattata particolarmente bene
e pensasse che la sua vita, fino a quel momento, era stata
piuttosto dura; che non le piacesse essere la sorella di
quell'invidiosa di sua madre e temesse di perdere ogni speranza
se non succedeva qualcosa. Posso anche immaginare
senza fatica che mio padre abbia semplicemente visto e voluto
mia madre: che se ne sia innamorato l per l. Quello che
pensarono l'uno dell'altra fu: Eccone uno buono.
Si sposarono a Morrilton davanti a un giudice di pace,
all'inizio del 1928, e arrivarono a casa del padre di mia madre,
a Atkins, da novelli sposi. Non si ha notizia di cosa dissero.
Avevano agito da soli. Ma dalla nuova suocera di mia madre
non riscossero, senza dubbio, altro che disapprovazione.
Era un piccolo vanto di mia madre il fatto che mio padre
avesse conservato un impiego per tutta la durata della Depressione,
e che ci fossero sempre stati abbastanza soldi.
Abitavano a Little Rock, e per un po' mio padre progred nel
suo lavoro di addetto alla frutta e alla verdura. Arriv a dirigere
diversi Liberty Store e per qualche tempo pens che
quello potesse essere il suo futuro. Ma intorno al 1936 fu licenziato.
Nessuno mi ha mai detto il perch. Fecero ritorno
a Hot Springs. E presto lui trov un altro lavoro, questa volta
vendendo amido da bucato per la Faultless Company di
Kansas City. Vent'anni prima aveva lavorato per loro Huey
Long, il governatore della Louisiana. Era un posto di commesso
viaggiatore, e la coppia pass i primi anni di vita coniugale
sulla macchina della ditta di mio padre. New Orleans.
Memphis. Texarkana. Vivevano in albergo, tornavano
a Little Rock a passare i pochi giorni di ferie. Mio padre visitava
i grossisti, le carceri, gli ospedali, una colonia di lebbrosi
in Louisiana. Vendeva amido a vagoni. Mia madre non ha
mai parlato di quel tempo - dalla met alla fine degli anni
trenta - se non per dire che se l'erano spassata: parole sue.
Qualcosa in tutto questo dev'esserle sembrato non raccontabile:
superfluo o immeritevole di menzione. Negli anni seguenti,
le sue fuggevoli allusioni a quell'epoca facevano sembrare
gli anni trenta un lungo weekend. Una vita libera e
senza pensieri. Liquori. Macchine. Ristoranti. Sale da ballo.
Gente simpatica in viaggio. Una vita nel Sud. Una faccenda
vorticosa che in realt non aveva una meta. Qualche volta
mia madre mi faceva pensare che allora fossero avvenute anche
cose forse poco pulite, un'irrequietezza dello spirito che
non arrivava al livello del male, ma di cui un figlio avrebbe
fatto bene a non impicciarsi. Ci dev'essere stata un'abbondanza
di vite come la loro. Oggi a me sembra un periodo.
Un tempo preciso, verso l'inizio della Seconda guerra mondiale.
Anche se era soltanto la loro vita.
Possono anche aver cominciato a pensare che non volevano
o non potevano avere figli, perch non ne avevano avuto
neanche uno. Non so quanto questo gli importasse, se ci furono
altre gravidanze che non andarono a buon fine o persino se
ci stessero provando. Non erano abituati a lottare contro il
fato, ma a vedere il pi possibile il lato roseo della vita. Sicch
questo periodo - essere sposati senza figli - dur a lungo.
Quindici anni. Ma, guardandola dal momento della mia nascita,
il 1944, tutta quella vita vissuta senza figli, sempre in giro,
senza prestare molta attenzione, pu essere arrivata a sembrar
loro - anche se era l'unica vita che avevano - un periodo strano,
forse futile, in confronto all'incisivit di una vita con figli.
Tutti i primogeniti, sicuramente tutti i figli unici, indicano
come evento degno di nota l'inizio della loro vita. Per i miei
genitori il mio arrivo fu una sorpresa, quasi simultanea alla fine
della Seconda guerra mondiale, l'avvenimento che in questo
paese concluse gli anni trenta. E capit allorch, in sostanza,
stava finendo la loro giovane vita. Lui aveva trentanove
anni. Lei trentatr. Potreste dire che fu un momento in cui
l'intimit che si era creata tra loro fu portata a conseguenze di
maggior peso: in questo caso, a una vita cui potevano avere
quasi smesso di pensare perch non avevano avuto figli.
Stando a tutte le testimonianze, furono felici di avermi.
Pu essersi trattato di un avvenimento che una volta tanto
fece loro sentire la propria vita come qualcosa di convenzionale,
che li sistem e li costrinse a pensare a cose alle quali i
loro amici pensavano da anni. Fermarsi. Pensare al futuro.
Non avevano mai posseduto n una casa n una macchina, se
non quella fornita dalla ditta di mio padre. Non avevano mai
dovuto scegliere un focolare, un posto dove rimanere stabilmente.
Solo ora lo fecero, o ebbero la possibilit di farlo.
Su consiglio del capo di mio padre, dall'appartamento di
Little Rock che usavano di rado si trasferirono, attraversando
il fiume per scendere nel Mississippi, a Jackson, il centro
della zona di cui mio padre era il rappresentante, un posto
dove poteva tornare facilmente nei weekend, dal momento
che ora mia madre non sarebbe pi andata con lui. C'era un
bambino, o ci sarebbe stato a breve.
Poco sapevano del Mississippi, essendo dell'Arkansas. E
a Jackson non conoscevano quasi nessuno: un paio di commessi
viaggiatori come lui, con i quali mio padre si mise in
contatto, e un altro che aveva smesso di viaggiare. Non pu
essere stata una transizione facile. Affittarono un appartamento
in una villetta bifamiliare in muratura di fianco a una
scuola. Si iscrissero a una chiesa - presbiteriana -, trovarono
un negozio di generi alimentari, la biblioteca, la fermata
dell'autobus. Dal 736 di North Congress si poteva andare in
centro a piedi. C'erano dei vicini: famiglie di persone anziane,
affermate e poco invitanti che tenevano duro nelle grandi
e spaziose dimore di quella che era la parte pi vecchia della
citt. Ma questa divent rapidamente la loro vita. Arrivato
io, mia madre rest a casa - sola con me - mentre mio padre
andava a lavorare il luned mattina e tornava a casa il venerd
sera. Il nostro visitatore del weekend. Divent una routine di
giorni, pomeriggi, notti, marciapiedi, vestirmi, nutrirmi, la
radio, guardare fuori dalla finestra: mia madre un'ombra
netta nell'istantanea che mi aveva fatto.
Non erano mai vissuti cos: separati, con un figlio da allevare.
E non so cosa accadde tra i miei genitori. Dati i loro
caratteri, sono pi che convinto che non accadde nulla di
drammatico. Che la loro vita fosse radicalmente cambiata,
che ora ci fossi anch'io, che il futuro significasse qualcosa di
diverso da ci che aveva significato, che a quanto pare non si
parlasse di altri figli, che si vedessero molto meno di prima,
tutto questo aveva poca influenza sui sentimenti che nutrivano
reciprocamente, o sul modo in cui li manifestavano. La
psicologia non era una scienza che praticassero pi della storia.
Non erano indagatori per natura, non si chiedevano
spesso come si sentissero a proposito di questo o di quello.
Scoprirono semplicemente, se non lo sapevano gi, di avere
firmato per l'intero periodo di arruolamento. Non credo che
mia madre desiderasse una carriera pi soddisfacente di
questa, o anche una vita pi attiva. Non credo che mio padre
nei suoi giri avesse altre donne. Non credo che la mia intrusione
nella loro vita fosse una cosa che non considerassero
normale e, meno ancora, giusta. Ora la vita andava in questa
direzione e non pi in quella. Si amavano. Mi amavano. Il
resto non aveva importanza. Devono essersi adattati. Uno
dei miei primi ricordi  di mio padre che il luned mattina
gironzola nell'appartamento pieno di sole facendo la valigia
per la partenza fischiettando Zip-a-Dee-Doo-Dah, Zip-a-
Dee-ay.
E cos, poich adesso lui - mio padre - era quasi sempre
via, vi parler della cosa che sapevo meglio, cio della vita di
mia madre. La fine della guerra e poi la Corea. Truman ed
Eisenhower, scuola, televisione, biciclette, una grande tempesta
di neve nel 1949: quando noi eravamo in North Congress,
a sud del palazzo del Campidoglio dello stato del Mississippi,
e vicinissimi alla scuola Jefferson Davis. Quando
vivevamo a Jackson, ma anche quando ci andammo. Con lui,
come ho raccontato. Little Rock, New Orleans ecc. Il Natale.
Le estati. Il giorno del suo primo attacco cardiaco. Quando
io ero con loro, ma soprattutto con lei.
Ricordo principalmente brandelli della vita di allora, almeno
fino all'et di sedici anni: I960, l'anno del ribaltone
per mia madre e per me, l'anno in cui mio padre si svegli
nel suo letto un sabato mattina e mor, con me sulle coperte
insieme a lui, che gli facevo la respirazione bocca a bocca,
cercando di aiutarlo, e mia madre che per qualche istante
perse il controllo di s. C'era una vita di piccoli fatti. Ne ho
ricordati pi di quanti io ne ricordi oggi. Ho scritto memoriali,
alterato importanti avvenimenti per travasarli nei romanzi,
narrato storie ripetutamente per tenerli alla mia portata.
Ma i pezzi possono stare abbastanza bene nel suo intero.
Anche se per me ognuno di essi deve fare la differenza, altrimenti
non li ricorderei cos bene.
Ricordo un'anziana vicina che un giorno mi ferm sul
marciapiede e mi chiese senza preamboli chi ero. Eravamo in
Congress Street. Forse avevo nove o sette o cinque anni. Era
una cosa che poteva capitarti solo a Jackson. Ma quando le
dissi il mio nome - Richard Ford - esclam: Oh, s. Tua madre
 quella graziosa donnina con i capelli neri in fondo alla
strada. Queste parole mi colpirono immediatamente, e
molto, perch mi prospettarono la mia prima concezione di
mia madre come un'altra, come una persona che la gente vedeva
e considerava, e non soltanto come mia madre. Una
donna graziosa, cosa che non era. Con i capelli neri, cosa che
era. Era alta un metro e sessantacinque, ma non ho mai capito
se questo significa essere alti o bassi. Credo di aver pensato, e
lo penso ancora, che era una statura normale. Tuttavia, lo ricordo
come un momento nella vita che mi mise in guardia.
Piccolo, ma importante. Mi apr gli occhi sul... come dire,
lato pubblico di mia madre. Sull'aspetto di lei che vedevano
gli altri, quello con cui avevano a che fare e che era sempre l,
insieme a quello che vedevo io. Non credo di avere pi pensato
a lei senza tenerlo presente, o persino di essermi rivolto
a lei senza questa idea in mente. Che lei era Edna Ford, una
persona che era mia madre ma che era anche un'altra.
Questa , si capisce, una buona lezione da imparare precocemente
- graziosa, piccola, con i capelli neri, un metro e
sessantacinque - giacch una delle sfide pi importanti per
tutti noi consiste nel conoscere pienamente i propri genitori,
posto che vivano abbastanza a lungo, che valga la pena di
conoscerli e che sia possibile materialmente. Dopo tutto, pi
vediamo pienamente i nostri genitori, pi li vediamo come li
vede il mondo, maggiori sono le nostre possibilit di vedere
il mondo com'.
Ci fu la volta che bucammo la gomma, tutt'e tre, a Greenville,
in mezzo al ponte sul Mississippi. Lass, sopra il fiume.
Ne ho gi parlato. Mia madre rest in macchina con me mentre
mio padre scendeva per cambiarla, e mi tenne cos stretto
a lei che riuscivo a malapena a respirare. Avevo tre o quattro
anni. Dopodich diceva sempre: Ti ho soffocato quando eri
piccolo. Eri tutto quello che avevamo. Mi dispiace. E poi
tornava a raccontarmi la storia del ponte. Ma a me non dispiaceva,
non mi era mai dispiaciuto. In fondo, eravamo lass.
Era terrificante. Soffocare per me voleva dire: Qui  pericoloso.
Lamore ti protegge. Queste sono parole che rispetto.
Oggi sui ponti molto alti mi sento un po' a disagio, ma questa
paura mi  venuta dai recessi dell'amore di mia madre.
Ricordo anche che mia madre sub un'isterectomia e che
mio nonno - il suo patrigno, Bennie Shelley - ci scherzava
sopra crudelmente con lei dicendo che le suore dell'ospedale
di St. Dominic erano state davvero dei bravissimi barbieri.
Barbieri. Suore: le suore che lei ammirava tanto. Per molti
anni continuai a non comprendere cos'avesse inteso dire.
Mostr fino alla fine dei suoi giorni questo lato indecente,
che la faceva piangere.
Ricordo che una volta, nel prato davanti a casa nostra in
Congress Street, accadde qualcosa di inquietante, una cosa
che dissi o feci io. Non so cosa. Potevo avere sei anni e sentivo
gi il bisogno di dire cose che scombussolavano. Ma per
tutta risposta a ci che dissi, qualunque cosa fosse, mia madre
all'improvviso cominci solo a correre, via, lontano da
me, attraverso il prato e fuori, fino al parco della scuola accanto.
Corse via e basta, col vestito di cotone a fiori sventolante
nella brezza tiepida. Questo naturalmente mi spavent,
e allora gridai: No, no, no, no! . Ma lei gir l'angolo dell'edificio
scolastico e spar. Non ho mai capito quanto ci fosse
di serio in quel bisogno di scappare. Alla fine torn indietro.
Eppure, da questo episodio ho capito che potevano esserci
ragioni per farlo. Nel suo caso, sola, con un bambino piccolo,
in una citt nuova dove non conosceva nessuno... Questo
poteva essere sufficiente.
I miei genitori hanno avuto due alterchi ai quali ero presente.
Uno in St. Louis Street, nel quartiere francese di New
Orleans. Vi ho accennato. Fu davanti al ristorante di Antoine.
Credo che fossero ubriachi tutt'e due, anche se allora
non sapevo cosa volesse dire ubriacarsi. Uno di loro voleva
andare in un bar a bere qualcosa dopo cena. L'altro non voleva
e insisteva per tornare in albergo. Era il 1955. Avevamo i
biglietti per il Sugar Bowl: Navy contro Ole Miss. Si misero a
urlare l'uno contro l'altro, e mio padre prese mia madre per
un braccio e la sbatt contro il muro, dopodich tornarono
in albergo separatamente. Pi tardi andammo tutti a letto insieme
al Monteleone e nessuno se la prese. Nella nostra famiglia
nessuno brontolava o nutriva risentimenti o covava l'ira,
anche se tutti potevamo arrabbiarci e lo facevamo spesso.
L'altro alterco fu qualcosa di peggio. Accadde quasi contemporaneamente
all'altro, forse un momento difficile per
loro. Anche allora stavano bevendo. Mio padre aveva invitato
degli amici a casa nostra, a Jackson, ma mia madre non era
stata consultata e non aveva gradito. Tutte le luci erano accese,
come sempre. Erano entrambi irascibili per natura. Anche
allora lei imprec, alz la voce e indic la porta con un
dito accusatore. Ricordo che gli invitati erano fermi davanti
alla zanzariera e guardavano dentro, confusi. Ricordo le loro
facce bianche e mia madre che urlava loro di uscire e andare
all'inferno, bench non fossero nemmeno entrati. Finalmente
se ne andarono, e mio padre mise mia madre con le spalle
al muro, vicino al bagno, urlando mentre lei lottava per liberarsi.
Ricordo il volume di quello che dicevano rabbiosamente,
ma non le parole. Ricordo il caldo, la luce fioca sulla
veranda. Nessuno fu picchiato. Non veniva picchiato mai
nessuno, tranne me quando mi sculacciavano o mi davano
qualche cinghiata. Non facevano altro che gridare e lottare
per un po'. Questo era il modo in cui litigavano. Poi, pi tardi,
quando eravamo tutti a letto, con me in mezzo, tra loro,
mio padre si metteva a piangere. Buu-uu-uuu. Buu-uu-uu.
I suoni che emetteva erano questi, come se avesse imparato a
piangere leggendolo su un libro.
E poi c'era un'altra cosa. Mia madre, che aveva insegnato
alle ragazze a diventare giovani mogli, personalmente non
eccelleva in queste capacit. Dopo tanti anni di vagabondaggio,
non amava pulire, stirare e cucinare, e non faceva bene
nessuna di queste cose, n si prodigava pi di quanto fosse
tenuta. Di conseguenza, nei giorni pi caldi dell'estate si
usciva spesso a mezzogiorno, si andava in fondo all'isolato, si
attraversava North State e si raggiungeva il Jitney Jungle
(non ho mai saputo perch l'avessero chiamato cos). L c'era
l'aria condizionata, e potevi metterti in coda e comprare
qualcosa alla tavola calda, in piedi, tutt'e due, accanto a vicini
che non conoscevamo, tutti con uno scontrino col numero,
aspettando il nostro turno per ordinare: melanzane al forno,
mais con la panna, fagioli di Lima, cavoli, una braciola di
maiale, pudding di banana per dessert; il solito pasto del
Sud. Un giorno, mentre aspettavamo tra gli altri, mia madre
mi disse: Richard, vedi quella donna l in piedi?. Guardai
e vidi una donna, una che non conoscevo, alta e sorridente,
che chiacchierava con la gente, ridendo. Mia madre guard
nuovamente la donna con un'aria assorta che oggi credo di
poter interpretare come apprezzamento. S, dissi. E mia madre
disse: Quella  Eudora Welty.  una scrittrice. Informazione
che per me non voleva dire nulla, sennonch significava
qualcosa per mia madre, che a volte leggeva a letto, la
sera, qualche bestseller. Non so se avesse mai letto qualcosa
di Eudora Welty. Non so se la donna era veramente Eudora
Welty o un'altra. Mia madre pu aver voluto che fosse Eudora
Welty per ragioni sue. Forse questo fatto poteva sembrare
significativo in quel momento, in vista della mia vita futura.
Ma allora non lo fu. Avevo solo otto o nove anni. Per me, fu
solo un altro pezzo in una vita di pezzi.
Quando mio padre mor, naturalmente, tutto cambi:
molte cose, strano a dirsi, per quanto mi riguarda cambiarono
in meglio. Ma non in meglio per quanto riguardava mia
madre. Nulla per lei sarebbe mai pi stato bello come prima,
dopo il 20 febbraio 1960. Avevano me e mi amavano. Ma per
lei mio padre era stato tutto. Cos, quando mor all'improvviso,
tutto ci che era stato naturalmente implicito nella sua
vita o svan o divent diverso ed esplicito e non pi tanto
bello. E lei, che non era davvero preparata a una vita senza di
lui - non avendo mai fatto una bella vita senza di lui -, perse
gran parte dell'interesse che aveva per la vita stessa. E in un
modo che ora vedo con chiarezza e vidi quasi con altrettanta
chiarezza allora, rinunci alla parte di se stessa che lo amava.
Non molto tempo dopo il funerale di mio padre, quando
ero tornato a scuola e i vicini smisero di telefonarci e di venirci
a trovare portando piatti di cibo - quando dolore e lutto
erano diventati indistinguibili -, mia madre mi fece sedere
davanti a lei e parl in modo diretto sugli aspetti formali
della sua vita in quel momento. Aveva cinquant'anni, disse. Suo
marito era morto. Aveva un figlio (io) che sembrava a posto,
per lo pi, ma anche propenso a cacciarsi nei guai con la legge;
perci lei doveva stare attenta. Dovevamo, a questo punto,
diventare pi indipendenti. Indipendenti da lui, sicuramente,
perch era morto. Ma indipendenti anche tra noi. Lei
si sarebbe trovata un lavoro. Io avevo solo sedici anni, ma lei
non avrebbe potuto starmi dietro come prima. Eravamo
concordi sul fatto che avevo un futuro, e che avremmo cercato
di aiutarci reciprocamente. Ma ora io avrei dovuto badare
a me stesso. Saremmo stati come due soci, ecco quello
che ricordo di avere pensato. Mio padre, come ho detto, non
era mai stato molto con noi per via del suo lavoro, e questa
nuova assenza - la morte - non era, da me, sentita cos fortemente
come avrei potuto immaginare che sarebbe stata. In
realt, io mi sentivo gi responsabile delle mie azioni. E cos,
essere in societ con mia madre, una societ che non le
avrebbe pi permesso di occuparsi cos minuziosamente di
me, mi sembr una buona idea. Dovevo evitare di finire in
prigione perch lei non voleva essere costretta a tirarmi fuori.
Perch non avrebbe potuto tirarmi fuori, disse. Dovevo
trovarmi degli amici sui quali contare. Potevo avere una
macchina mia. Potevo, d'estate, andare a Little Rock a cercare
lavoro dai nonni e tornare a scuola a Jackson in autunno.
Sarei stato pi libero, ma avrei dovuto essere pi responsabile.
Lei stava cercando di non entrare troppo nei dettagli.
Non voleva che tutto dovesse essere esplicito, visto che tante
cose lo erano gi. Mentre quando mio padre era vivo c'era
stato cos poco di cui parlare. Non essere troppo espliciti le
avrebbe dato la possibilit e il tempo di adattarsi. Di riflettere.
Di diventare quello che poteva - o doveva - diventare per
tirare avanti e uscire da quella situazione.
Non ricordo l'esatto ordine cronologico delle cose a partire
da questo momento. 1960, '61, '62. Il tempo passava in
fretta. Ero al liceo e continuai a studiare. Ma nessuno mi trascin
pi davanti al tribunale dei minori. Trascorrevo l'estate
dai nonni, che gestivano il loro grande albergo a Little Rock.
Mio nonno mi compr una Ford nera del '57, che mi fu rubata
abbastanza rapidamente. Feci a botte una volta o due,
le presi, e poi mi trovai dei nuovi amici. In altri termini, feci
quello che mi era stato chiesto. Cominciai in fretta a diventare
grande.
Penso a quel tempo - il tempo tra la morte di mio padre e
il giorno in cui partii per il Michigan per andare all'universit
- come a un tempo in cui non vedevo pi mia madre con
la stessa frequenza di una volta. Anche se non  proprio cos.
Lei era presente. Io ero presente. Ma non posso non prendere
in considerazione il mio adattamento alla morte e all'assenza
di mio padre, e alla mia nuova indipendenza. Forse ero
pi stordito che addolorato, ed  vero che i nuovi amici mi
aiutarono. Mia madre trov lavoro in una ditta che faceva le
fotografie degli studenti per gli annuari delle scuole americane.
Questo richiedeva un periodo di addestramento. Ed 
stato allora - sempre quando aveva cinquant'anni - che pu
avere sentito pienamente i primi effetti dell'aver dovuto abbandonare
gli studi nel 1925. Nonostante ci, fin il training,
ottenne il posto e non ebbe problemi, e cominci a tornare a
casa stanca tutti i giorni. Ma poi lasci questo lavoro per diventare
agente immobiliare e occuparsi degli affitti di un
nuovo grattacielo a Jackson. Le Sterling Towers. In seguito
cerc di farsi promuovere alla direzione dell'ufficio ma non
vi riusc. Chiss perch. Prese allora un altro impiego come
cassiera notturna di un albergo, il Robert E. Lee. Fece questo
lavoro per circa un anno. Dopodich fu assunta all'accettazione
del pronto soccorso dell'ospedale dell'Universit del
Mississippi, un lavoro che amava moltissimo e in cui dava il
meglio di s, perch era efficiente, comprensiva e simpatica
ai dottori.
E in quel tempo ci fu almeno un compagno. Un uomo
sposato, di Tupelo, di nome Matt Matthews, che abitava nel
condominio dove lei aveva lavorato come agente immobiliare.
Era un uomo grosso, schietto, bonaccione, forse un industriale
del mobile, che guidava una Lincoln Continental con
una pistola automatica assicurata al piantone del volante. Mi
piaceva. Mi piaceva che piacesse a mia madre. Non importava
che fosse sposato: non a me e, immagino, nemmeno a mia
madre. In realt non avevo idea di cosa ci fosse tra loro, di
cosa facessero quando erano soli. Lui le faceva fare delle gite
in macchina. La port a Memphis sul suo aereo privato. Si
comportava rispettosamente con tutt'e due. Mia madre pu
avermi detto che era solo per passare il tempo, per togliersi
dalla mente i dispiaceri, per lasciare che qualcuno fosse gentile
con lei. Sapevamo tutt'e due che nulla di ci che mi diceva
di lui doveva per forza essere vero. A volte desiderai che
potesse sposarlo. E in altri momenti ero lieto che fossero
amanti, se  quello che erano. Lui aveva dei figli circa della
mia et. Pi tardi li avrei conosciuti e trovati simpatici. Ma
questo accadde molto tempo dopo che lui e mia madre si
erano lasciati.
La loro separazione fu provocata da me, ma non fu completamente
opera mia. Matt, per qualche tempo, si era dileguato.
Gli affari lo portavano a Jackson meno spesso, e a volte
restava lontano per mesi. Mia madre aveva smesso di parlare
di lui e la nostra vita era tornata quasi alla normalit, la normalit
di avere un padre morto. A scuola, come sempre, andavo
male: avevo preso un voto bassissimo in algebra (dov'ero gi
stato bocciato una volta) e non avevo idea di come migliorare.
Mia madre lavorava di sera come cassiera al Robert E.
Lee e rincasava verso le undici.
Ma poi una sera non torn. Io avevo un test il giorno dopo.
Algebra. E dovevo essere in uno stato d'animo agitato.
Telefonai all'albergo e mi dissero che era uscita
puntualmente. E per qualche ragione questo mi spavent. Presi la mia
Ford e raggiunsi la strada dell'albergo - Griffith Street - in
un quartiere periferico vicino a una zona nera della citt,
dove pensavo che mia madre potesse non essere al sicuro.
Girai per le strade finch trovai la sua macchina,
l'Oldsmobile grigia e rosa dell'88 che era stata l'ultima macchina di
mio padre e il suo orgoglio e la sua gioia. Era parcheggiata
sotto un mirto crespo, dirimpetto alle Sterling Towers, dove
Matt aveva un appartamento: cosa di cui ero al corrente,
poich era cos che si erano conosciuti. Era nelle vicinanze
dell'albergo. E per qualche ragione devo essermi lasciato
prendere dal panico. Non avevo un valido motivo per essere
preoccupato, ma lo ero. Non so cosa mi pass per la mente,
ma ripensandoci credo di aver solo voluto chiedere a Matt
- se era in casa - se sapeva dov'era mia madre. Pu essere
andata cos, ma  anche possibile che io sapessi che era l e
volessi farla andare via.
Entrai nell'edificio. Doveva essere circa mezzanotte.
Non c'erano guardiani. Trovai il nome di Matt sulla targa,
presi l'ascensore e raggiunsi la sua porta in fondo al corridoio.
E bussai. Bussai rumorosamente, con i pugni. Quindi
attesi.
Matt apr la porta, e mia madre era nella stanza dietro di
lui. Aveva un bicchiere in mano. La luce era fioca e lei era in
piedi al centro della stanza. Tutto era in perfetto ordine. Era
un bell'appartamento. Rimasero entrambi molto sorpresi. E
io gi mi vergognavo di essere l. Ma ero, credo, terrorizzato.
Non per il fatto che lei fosse l. O che io ero solo. Ma semplicemente
perch non sapevo spiegarmi la situazione. Dov'era?
Chi avrei dovuto perdere, ancora?
Ricordo che ero senza fiato. Avevo diciassette anni. Non
ricordo molto di quello che disse o fece chiunque tranne me,
in poche parole. Dove sei stata? le chiesi, mentre era
ancora alle spalle di Matt. O qualcosa del genere. Non sapevo
dov'eri. Tutto qui.
Ed effettivamente era tutto l. Tutto. Matt disse poche
parole. Mia madre prese immediatamente il soprabito.
Oh, Richard, per amor di Dio, disse. Va' a casa. Tornammo
a casa tutt'e due in macchina, separatamente. A casa
si comport come se fosse seccata con me, mentre io ero
arrabbiatissimo con lei. Parlammo. Alla fine mi disse che
le dispiaceva, e io le dissi che non mi importava se vedeva
Matt, solo che doveva dirmi quando arrivava in ritardo. Lei
disse che l'avrebbe fatto. Ch'io sappia, tuttavia, non ebbe
pi amanti e non vide mai pi n Matthews n altri uomini
finch visse.
In seguito, tanti anni dopo, quando stava morendo, provai
di nuovo a spiegarle tutto - la mia parte, quello che pensavo,
quello che avevo pensato - come se potessimo ancora
aprire quella sera e ripararla. Non avrebbe dovuto far altro
che telefonarmi o, anche adesso - tanti anni dopo -, dire che
avrebbe voluto telefonarmi. Ma non era cos che la vedeva lei.
Mostr solo impazienza e scosse il capo, nel suo letto di
ospedale. Oh, quello, disse. Mio Dio. Che stupidaggine.
Non avevi alcun diritto di salire. Eri fuori di testa. Ho capito
subito, per, che non potevo fare quelle cose. Avevo un figlio
da tirar su. Sembrava disgustata, di tutto - di tutte le carte
che il fato le aveva distribuito -, un'infanzia buttata via, mio
padre, poi la sua morte, la propria incapacit di superare tutto
questo per assicurarsi una vita migliore. Era un'altra dimostrazione
di qualcosa di brutto, qualcosa di simile a ci
che fin troppo spesso le era gi capitato; e credo ne avesse fin
sopra i capelli.
Alla fine vendette la casa nei sobborghi che mio padre
aveva comprato e grandemente apprezzato, e ci trasferimmo
in un condominio. Alle Magnolia Towers. Mi fece prendere
ripetizioni di matematica, e migliorai. Cambiava spesso
lavoro. Io prendevo nota di questi cambiamenti, ma distrattamente.
Anche se, basandomi su quello che oggi so di queste
cose, devo dire che non era molto facile per lei. Per in tutto
questo pu esserci stata una parte che forse non era proprio
divertente ma le dava delle soddisfazioni. Piccole cose
portate a termine. Non litigavamo pi come quando ero
pi piccolo. Invece, ci adattammo a vicenda quasi come
avrebbero fatto due adulti. Diventammo sornioni e spiritosi.
Ci scambiavamo occhiate in silenzio. Raramente eravamo
ironici o indiretti o in preda a una collera furtiva. Non
sapevamo che erano gli ultimi tempi della nostra vita insieme.
In qualche modo sapevamo soltanto come dovevamo
comportarci da madre vedova e da figlio adolescente, e trovavamo
un piacere imbarazzato nel comportarci cos. Retrospettivamente,
credo che fosse un modo di vivere non
tanto diverso da quando mio padre era vivo. Solo che,
naturalmente, lui non c'era pi.
Non sapevo, e non so ancora oggi, quale fosse la nostra
situazione finanziaria. Mio padre aveva una piccola assicurazione,
ma nel suo lavoro non c'erano pensioni. La Faultless
Starch non era quel tipo di societ. Forse un po' di denaro
era stato messo in banca. I miei nonni non lesinarono
il loro aiuto. Si erano arricchiti e avevano prestato a mio
padre i soldi per la casa nuova. So che il governo mi versava
un contributo come figlio a carico, fino a diciotto anni. Ma
voglio dire soltanto che non sapevo e non so con precisione
quanto doveva lavorare mia madre; quanti soldi ci volevano
per tirare avanti; se avevamo debiti, creditori. Pu darsi
che non ne avessimo, e che lei andasse a lavorare solo per
spingersi nella direzione che sembrava prendere la vita:
verso l'indipendenza. L'isolamento. Tutto ci che questo significava.
Ci furono momenti memorabili. Quando mi rubarono la
Ford, un giorno d'inverno dopo la scuola, proprio al tramonto,
mia madre e io ci recammo da una concessionaria
oltre il Pearl River, nella contea di Rankin, dove avrebbero
dovuto aspettarci delle occasioni. Lei pensava, come me, di
sostituire la macchina rubata. Ma mentre eravamo l, in cerca
di un modello a buon mercato per me, lei vide una Thunderbird
nera nuova e si ferm a guardarla. Sapevo che era
proprio la macchina che desiderava ardentemente - per s -
e che possederla l'avrebbe fatta sentire meglio. Liberarsi della
Olds di mio padre ci avrebbe aiutato ad adattarci. L non
c'era nessuno a dirci di non farlo. Faceva parte della nostra
nuova, non richiesta libert. Le dissi che doveva comprare la
Thunderbird. Io potevo andarci senza macchina, al liceo.
Lei la guard a lungo, alla fine sal e gir il volante, chiuse
alcune volte la portiera, schiacci i pedali. Poi ce ne andammo
promettendo al venditore che ci avrebbe pensato su. Ma
qualche giorno dopo, quando la polizia trov la mia vecchia
macchina, decise di tenere la Olds ancora per un po'.
Un'altra volta fu quando la mia ragazza e io, totalmente
privi di esperienze, ci eravamo cimentati nella ricerca del
piacere sessuale a bordo della mia macchina. Del sesso non
sapevamo quasi nulla. Ma tutt'a un tratto la mia ragazza - che
era del Texas - decise su due piedi che era incinta (sebbene
non ci fossimo ancora nemmeno allontanati da dove eravamo)
e che la sua vita era ormai rovinata. La mia, lo sentii
nell'istante in cui lo disse, rovinata lo era di sicuro. Nella nostra
scuola non mancavano gli esempi di ragazzi che si sposavano
a quattordici anni, avevano dei figli, divorziavano.
Questo era il Sud.
Ancora una volta fui preso dal panico. E quando arrivai a
casa - lo stesso sabato pomeriggio - vuotai il sacco con mia
madre, le dissi tutto quello che avevamo fatto appena un'ora
prima, e tutto quello che non avevamo fatto. Feci una relazione
dettagliata, metodica, orribile, parlando di parti anatomiche
e posizioni, misure e gradi. Ci che volevo da lei era
sapere se la mia ragazza poteva essere incinta, basandomi su
quello che sapeva lei di queste cose. (Ma quale poteva essere,
in realt, la sua esperienza?) Erano tutte cose di cui un ragazzo
avrebbe dovuto parlare con suo padre. Anche se io non
l'avrei mai fatto. Una simile conversazione avrebbe sbalordito
il mio povero genitore, poi l'avrebbe ridotto al silenzio. In
ogni caso, lui non c'era pi.
Mia madre era l'unica persona disponibile. La conoscevo
molto bene: per lo meno mi comportavo come se fosse cos,
e lei pure. Aveva cinquantadue anni. Io diciotto. C'era tra
noi una lunga dimestichezza, lei sapeva che tipo di ragazzo
ero. Eravamo, come ho detto, complici nei miei casini e nei
suoi. Mi sedetti sul divano nel nostro appartamento e penosamente,
meticolosamente, le spiegai cosa mi spaventava, le
dissi ci che non riuscivo a capire per quanto mi scervellassi,
passai tutto al setaccio pi di una volta; usai le parole mio,
sua, dentro. Lei, soffocando la paura, mi assicur tranquillamente
che sarebbe andato tutto bene. Nessuna donna restava
incinta facendo quello che avevamo fatto noi. Erano tutte
fantasie di una ragazzina. Non c'era da preoccuparsi. Perci
non mi preoccupai.
Naturalmente, si sbagliava. Non avrebbe potuto sbagliarsi
di pi. La mia ragazza non rest incinta, ma solo per l'intervento
di un fato indifferente. Migliaia di ragazze restano
incinte facendo quello che facevamo noi. Migliaia restano incinte
facendo qualcosa di meno. Mia madre, o non era molto
esperta, o la sapeva lunga: sapeva che cosa fatta capo ha, e
che tutte le preoccupazioni, le spiegazioni e i tentativi di raddrizzare
le cose non sarebbero pi serviti a niente. Se scampai
alla rovina e alla vergogna, fu per pura fortuna. Dovevo
stare pi attento in avvenire, se volevo avere davvero un avvenire.
E la cosa fin l. Se la mia ragazza era rimasta incinta,
quello che pensava, credeva o diceva chiunque di noi non
sarebbe servito a granch. La vita avrebbe tirato dritto per la
sua strada.
E anche in questo c', naturalmente, una lezione, una lezione
da cui nel corso del tempo ho cercato di farmi guidare,
non sempre con successo; la lezione che dice: ci che conta 
quello che succede, pi di ci che la gente, e persino tu, pensate
di quello che succede prima o dopo. L'unica cosa che
conta, quasi sempre,  quello che facciamo. Non avevo allora,
e non ho ancora, guardato il mondo con occhi come i suoi.
Forse un giorno sar possibile arrivare a una maggiore comprensione
delle cose. Fu mia madre, comunque, a insegnarmelo
per prima.
Nel 1962 andai all'Universit del Michigan. Mia madre,
in questa scelta, non mi incoraggi e non mi scoraggi. Fu
una decisione mia e di nessun altro. Non mi pass neanche
per la testa di iscrivermi a un college del Mississippi. Allora
volevo prendere le distanze, e diventare un direttore di albergo
come mio nonno, Ben Shelley, che in questo campo
aveva avuto successo. La Michigan State era il posto giusto
dove imparare tutto sugli alberghi. Non ricordo di averne
mai parlato con mia madre, anche se dev'essere successo. Lei
non era andata all'universit e non sapeva molto di come
funzionava. La cosa la interessava, ma in un modo che non
sembrava vitale o di controllo. Forse pensava che non mi sarebbe
piaciuto e che sarei tornato a casa presto. Forse pensava
che non ci sarei mai andato, anche quando la Michigan
State mi accett e io dissi che volevo andarci. Forse pens che
il Michigan non era poi cos lontano dal Mississippi, il che 
insieme vero e falso. O forse non pens nulla, o nulla di chiaro;
si limit a notare che facevo questo e quello, che inviavo e
ricevevo lettere, fissavo date, e decise che avrebbe attraversato
il ponte che portava al college quando fosse venuto il
momento. Il presupposto divent che ci andavo. Da qualche
parte avremmo trovato i soldi.
Cos, verso la fine di settembre, prendemmo insieme l'Illinois
Central alla Union Station di Jackson per andare a Chicago
(il nostro primo viaggio cos lungo come madre e figlio,
anche se negli anni passati avevamo percorso distanze pi
brevi per incontrare mio padre nelle localit dove lavorava).
A Chicago attraversammo la citt dalla vecchia Central Station
a Dearborn Street e al Grand Trunk, e proseguimmo fino
a Lansing. Lei voleva venire con me. Credo che volesse
vedere tutto. Il Michigan. L'Illinois. I campi di granturco. I
granai bianchi. Il Middle West. Voleva vedere dal finestrino
del treno cosa vi succedeva, com'era, che aspetto aveva il
Nord, forse voleva capire perch io sembravo desiderarlo e
come mi sarei stabilito tra quella gente, come avrei abitato
nelle loro case, mangiato il loro cibo, imparato il loro gergo.
Voleva scoprire perch questo era il posto dove avevo deciso
di andare. Suo figlio. Era come interpretava il suo dovere e il
modo in cui funzionava la nostra societ.
E forse aveva anche voluto fare qualche concessione
all'ordinario: accompagnare suo figlio al college, prepararsi a
un commiato in piena regola; vederci, lei e me, per un momento,
inseriti nel quadro di ci che stavano facendo gli altri,
di quello che faceva la gente in generale. Se questo poteva
succedere a lei, a noi, allora forse sarebbe stato possibile
tornare a una vita normale, poich non poteva avere pensato
che la sua vita fosse molto normale a quel tempo: a due anni
dalla morte di mio padre.
Passammo insieme una settimana a East Lansing. Ultimi
giorni di settembre del 1962. Non era mai stata cos lontano
da casa. E dopo che ebbi fatto l'iscrizione, dopo che mi fu
assegnato il piano di studi, dopo che ebbi invaso la mia stanza
al dormitorio, conosciuto i miei compagni, e dopo aver
passato insieme tranquillamente un paio di giorni girando
per la citt come due turisti, mangiando al ristorante seduti
l'uno di fronte all'altra finch non restava altro da dire; quando
tutto questo fin, tornammo insieme alla stazione della
Grand Trunk Western, e io mi arrampicai su una panchina
della fermata dell'autobus di fianco ai binari della ferrovia e
alzai le braccia nell'aria fresca e frizzante affinch mi vedesse
mentre il treno partiva per Chicago. Io vedevo lei, il suo viso
bianco dietro il finestrino sfumato, il palmo della mano contro
il vetro per richiamare la mia attenzione. E piangeva. Arrivederci,
stava dicendo. La salutai con la mano, un ampio
gesto, e mossi le labbra senza emettere alcun suono: Arrivederci.
Ti voglio bene, e guardai il treno che spariva attraverso
l'ordito di mattoni di quella vecchia citt industriale. In quel
momento, immagino, potremmo dire che cominciai sul serio
a vivere da solo, e fin ci che restava della mia infanzia.
Dopodich inizi la vita che ci avrebbe portato avanti insieme
come adulti. Una vita ancor pi frammentata, spezzettata,
di visite lunghe e brevi. Di lettere. Di telefonate. Di telegrammi.
Di incontri in citt lontane da casa. Di conversazioni
in macchina, in aeroporti, in stazioni ferroviarie. Di tentativi
di vederci. La partenza che dominava ogni cosa: il mio diventare
grande e il suo invecchiare, entrambe le cose osservate
da varie distanze.
Lei resistette nel Mississippi per un altro anno e torn ad
abitare nella villetta bifamiliare di Congress Street, affittando
l'altra ala. Continu a lavorare all'ospedale, dove per un
certo tempo, credo, si saldarono tra loro tutte le parti della
nuova vita che le era stata offerta. Sono semplici congetture,
perch io ero via, all'universit, e via sarei rimasto. Lei diceva
di amare il suo lavoro, di amare i giovani internisti dell'ospedale,
di amare l'atmosfera drammatica del pronto soccorso, di
amare il lavoro in generale. A mio avviso, dalla mia distanza,
stava mettendo alla prova per la prima volta le sue capacit,
separate da quelle di moglie e di madre. Forse cominci a
trovare soddisfacente il fatto che io fossi via. Forse scopr
che c'era una vita da vivere, e che in quelle circostanze non se
l'era poi cavata troppo male nel confronto con il fato. Poteva
ridurre la pressione, lasciare che le cose accadessero senza
temere il peggio. Una brutta cosa poteva finalmente trasformarsi
in qualcosa di meno brutto.
Questo, almeno,  ci che volevo pensare. Cosa prova un
figlio unico per la madre vedova che ama, ma da cui  lontano,
 necessariamente una faccenda complicata. Ma non 
troppo semplicistico dire che si augura tutto il bene possibile
per lei. In tutti quegli anni, gli anni della mia vita limitata con
mia madre, ero stato consapevole del fatto che le cose per lei
non sarebbero mai andate a posto del tutto. In parte dipendeva
dalle sue scelte; in parte dal suo carattere: dal modo in cui
era capace di vedere ogni vita senza mio padre, mentre le restava
ancora tanta vita da vivere in un modo che non aveva
nulla di ideale. Sotto sotto, aveva sempre un'aria rassegnata.
Non riuscivo mai a sondarla senza arrivare a quel punto fermo:
il punto dove le aspettative cessavano semplicemente di
allargarsi. Questo, non per dire che fosse sempre infelice. O
che non ridesse mai. (Io riuscivo a farla ridere; e non soltanto
io.) O che non vedesse la vita come vita, che non recuperasse
parti di se stessa. Lo faceva. Ma non completamente. Non nel
modo in cui una madre poteva dissimularlo a suo figlio. Io lo
vedevo sempre. Lo sentivo sempre. Ho sempre capito quanto
era a disagio con la vita. La resistenza che le opponeva.
Nella stanza dov'era morto, quasi dal primo momento,
sentii che la morte di mio padre mi restituiva quasi tanto
quanto si portava via. La sua improvvisa dipartita, la grande,
ingiusta perdita della sua vita, mi consegn una vita da vivere
secondo i miei disegni, mi liber lasciandomi alle mie decisioni.
A un figlio potrebbe capitare di peggio che perdere il
padre - anche un buon padre - proprio quando il mondo
comincia a schierarsi intorno a lui. E poich la pensavo cos,
avrei voluto che mia madre potesse tirare i remi in barca pi
di quanto le riusciva. Ma per lei non era cos, anche se non
riesco a immaginare esattamente com'era. Aveva molte doti.
Era intuitiva, appassionata, candida, perspicace, gaia, e ogni
tanto impetuosa ed estrema. E onesta. Eppure posso dire
che in tutta la parte della vita che pass dopo la morte di mio
padre, i ventun anni in cui rest senza di lui, la sua vita non
sembr mai vissuta pienamente. Fece dei viaggi: in Messico,
a New York, in California, a Banff, in varie isole di paesi caldi.
Aveva degli amici che la coccolavano e di cui parlava bene
e apprezzava la compagnia. La sua vita divent ancora pi
facile quando morirono i suoi genitori. Alla fine ebbe noi
due - mia moglie e me - che le volevamo bene e la facevamo
partecipare a tutto il possibile. Ma quando le dicevo, e lo dicevo:
Mamma, ti stai godendo la vita? Va tutto bene?, lei
mi guardava con un'impazienza che mi era familiare e roteava
gli occhi. Richard, io non andr mai in estasi. Non  nella
mia natura. Concentrati sulla tua vita. Lascia in pace la mia.
Sapr badare a me stessa.
E questo, credo,  ci che fece dopo la morte di mio padre
e la mia partenza, quando viveva sola. Continu cos, ne
fece un obiettivo. Divent spiccia, pratica, pi incentrata su
se stessa. La sua voce gi fonda divent pi fonda, assunse
una sorta di gravit acquisita che si intonava al suo aspetto.
La sera beveva per stordirsi un po', e tutti i giorni l'ago della
sua bussola puntava alla fermezza: in particolare verso gli uomini,
che cominci a vedere come degli inconvenienti. Fece
della propria situazione la misura e la pietra angolare della sua
figura pubblica. Non permetteva a nessuno di approfittarsi di
lei, anche se sospetto che nessuno volesse approfittarsi di lei.
Ma una vedova doveva vigilare, doveva prestare attenzione a
tutti i dettagli. Nessuno poteva o voleva aiutarti. Una vita
vissuta efficientemente non ti avrebbe salvato, ma almeno ti
avrebbe preparato a ci da cui non potevi salvarti.
Strada facendo, aiut me e mia moglie a mantenerci
quando eravamo giovani e appena sposati: sempre tenendosi
prudentemente a distanza e solo quando ne avevamo bisogno.
Alla fine vendette la casa in Congress Street, torn a
Little Rock nell'albergo dei miei nonni e visse confortevolmente
con loro finch Bennie mor all'improvviso, dopodich
abit con la madre in questo o quell'appartamento cittadino,
mentre sua madre a poco a poco si ammalava, poi
rimaneva paralizzata, poi confinata in casa, ma senza mai
mostrare un'ombra di riconoscenza. Ridivent una figlia a
cinquantacinque anni, una figlia che badava a una madre irascibile
che una volta voleva che lei fosse sua sorella. Non
era una situazione di suo gusto.
Avevano, in due, un mucchio di soldi. Una buona macchina.
C'era un gruppo di amiche - vedove per lo pi - persone
della stessa condizione sociale. Sua madre l'accompagnava
dappertutto. Andavano a mangiare in piccole comitive,
nel pomeriggio giocavano a canasta, parlavano alla gente per
telefono, guardavano le serie televisive, intavolavano discussioni,
si annoiavano, si agitavano, diventavano furiose. Si
preparavano dei cocktail. Ridevano degli uomini. Fissavano
il vuoto. Vivevano una bella e confortevole vita di attesa.
In questo tempo la nostra vita insieme - madre e figlio -
consistette soprattutto di quello che io sapevo della sua vita e
di quello che lei sapeva della mia. E di visite. Dopo l'universit
continuammo a vivere lontani. Lei a Little Rock. Io, e
poi io e Kristina, nel Michigan, in California, in Messico, a
Chicago, ancora nel Michigan, a New York, nel New Jersey,
nel Vermont. Per farci visita lei arrivava in treno, in aereo e
in automobile, pronta a invitarci a cena ma anche a prestarci
dei soldi. A far pitturare una stanza. A comprare le gomme
per la nostra macchina. A pagare l'onorario di un medico. A
preoccuparsi per me. Ad ascoltare. A essere presente per
un po' come parte di quella che passava per la nostra famiglia
- ovunque fossimo - e poi a tornare a casa.
Dev'essere vero che, tra noi, i pi credano che le nostre
particolari circostanze non sono proprio tipiche di quella
che  la massa delle vite degli altri. N migliori, n peggiori.
Solo, in qualche modo peculiari. La mia vita e quella di mia
madre non sembravano peculiari. O forse sembravano solo
imperfette. Essere cos lontani l'uno dall'altra. Il fatto che lei
era sola. Le nostre visite e le separazioni. Tutto senza che
nessuno di noi sapesse cos'avrebbe potuto essere perfetto-.
che mio padre non fosse morto, naturalmente. Ma anche
qualcosa di pi.
Questo imperfetto arco di eventi consum, come ho detto,
vent'anni delle nostre vite - per lei gli ultimi venti, i secondi
per me - proprio quando cominciava, e poi si svolgeva,
quella che doveva essere la mia vita. Non mi parve mai
davvero giusto che nel corso di tutti questi anni io non potessi
vedere mia madre pi spesso, che non ci fosse il tran tran
della vita quotidiana. Che per scelta io vivessi a una grande
distanza. Che i rimedi alle cose iniziate dopo la morte di mio
padre non potessero essere portati a termine e condivisi. E
che non ci fosse mai un momento in cui la vita ci ricongiungesse
e diventasse quella che era stata prima della sua morte.
Sotto ogni cosa c'era questa imperfezione. Tanto da far s che
lei piangesse ogni volta che mi lasciava. Ed era per questo
che piangeva. Perch quello che avevamo insieme era quasi
tutto quello che c'era. E non bastava. Non era un risultato
soddisfacente. Mi disse che un giorno, nell'ascensore del posto
dove abitava, un nuovo conoscente le aveva chiesto: Signora
Ford, lei ha dei figli?. E senza pensare lei aveva risposto:
No. E poi aveva pensato: Oh, per amor di Dio. Certo
che ne ho. C' Richard.
Nel corso di questi anni le nostre conversazioni ebbero
molto a che fare con la televisione, con i film che avevamo o
non avevamo visto, con i libri che lei stava leggendo, col baseball
che adorava. Si parlava spesso di Johnny Bench e Jackie
Robinson, due giocatori che ammirava. Dopo la morte
di mia nonna, mia moglie e io portammo mia madre allo
Yankee Stadium per la World Series, dove lei fece il tifo per i
Dodgers, che a noi non piacevano, e si lagn dei posti per
trovare i quali avevamo mosso le montagne. La portammo a
fare il giro degli Universal Studios. La riportammo da Antoine
a New Orleans, dove non si parl della lite che aveva avuto
con mio padre nel 1955. La portammo in California, a
Montreal e a Yellowstone. Nel Maine. Nel Vermont. Nel
Nord del Michigan. Ovunque andavamo e potevamo portarla.
Noi due. Lei e io, ci osservavamo. Lei osservava Kristina e
il nostro matrimonio, e l'una e l'altro erano di suo gradimento.
Notava i miei sforzi per diventare uno scrittore e li sosteneva,
ma non capiva perch lo facessi. Quando ti deciderai
a trovare un lavoro e cominciare? mi chiese un giorno, dopo
che avevo pubblicato due romanzi e insegnavo a Princeton.
Not il fatto che Kristina e io non avevamo figli ma non
espresse alcuna opinione, anche se sono sicuro che aveva parecchie
cose da dire. Faceva silenziosamente un bilancio della
propria vita, e della sua vita con noi, e forse non vedeva
con tutta la lucidit necessaria come l'una era all'origine
dell'altra, ma accettava che fosse cos.
Naturalmente notavo che stava invecchiando; sapevo che la
vita che faceva non era proprio di suo gradimento ma che traeva
il massimo vantaggio dai suoi lati superficiali. A volte mi
prendeva in disparte, una mattina presto in cui potevamo essere
soli, due adulti, e mi chiedeva: Richard, sei felice?. E
quando le rispondevo di s, diceva in tono ammonitore: Tu
devi essere felice.  cos importante. Non che lei fosse infelice,
ma solo che sapeva di cosa parlava.
E questo  il modo in cui la vita continu. Non era una
vita vuota. Ma nemmeno una vita che avesse uno scopo. Forse
anche questo  normale nella vita con i nostri vecchi genitori:
la sensazione che si stia cercando un traguardo, e poi il
riconoscimento di cos' inevitabilmente quel traguardo, dopodich
riportiamo l'attenzione sul presente.
Qualcosa, per, me ne rendo conto, una qualche essenza
della nostra vita, mia e di mia madre, queste parole non bastano
a chiarirla: come se non ci fossero abbastanza parole e
abbastanza memoria per ricostruire una vita e farlo nel modo
giusto. In un certo senso, negli anni in cui vivemmo separati,
mia madre e io ci comportammo reciprocamente nel modo
in cui si comportano due persone che si piacciono moltissimo
e vorrebbero vedersi pi spesso. Due amici speciali. Ma poi
non ho detto di lei che non interferiva mai, che accettava il
fatto che la mia vita con Kristina aveva mandato in pensione
gran parte del suo essere madre. Non ho detto neanche questo,
che non sparava giudizi estemporanei alla cieca. Che vedeva
sempre le proprie visite come gradite, il che era vero.
Vedeva, anzi, che il modo in cui avevamo sistemato le cose
insieme - lei e io - era il naturale risultato di eventi che erano
essi stessi naturali. Come ho detto prima, non era una
psicologa. N una studiosa della vita. E neppure una donna che
si facesse troppe domande. Ma per qualche strana intesa - e
forse queste sono le parole giuste - sapeva che sapevamo
tutt'e due che questa era la vita. Questo era ci che avremmo
avuto. Come madre e figlio non eravamo fatalisti. Facevamo
buon viso e sapevamo che andava bene cos.
Nel 1973 mia madre scopr di avere un tumore al seno. Si
 tentati di dire che per lei e per le persone come lei, per le
persone col suo background e della sua et, sessantatr anni,
un evento cos sinistro doveva seguire inevitabilmente un
certo corso: prima doveva esserci un momento in cui ci si rendeva conto che l dentro, nel petto, c'era qualcosa di irregolare,
qualcosa di cui lei non intendeva parlare con nessuno
e in merito alla quale non avrebbe chiesto consiglio a nessun
medico. Doveva poi venire un periodo di preoccupazione,
una crescente presa di coscienza e un'attesa durante la quale
pass un anno intero. Seguita da un accenno casuale a un'amica
fidata (che in questo caso, imperdonabilmente, non fece
nulla). E finalmente l'angosciata ammissione, a Kristina,
con l'ordine di non dirlo a nessuno, cio a me. Anche se naturalmente
me lo dice, dopodich portiamo rapidamente
mia madre da un medico che consiglia degli esami, ma intanto
 passato un anno e la situazione non sembra rosea.
Ci che ricordo di quel periodo breve e agitato, che ebbe
luogo a Little Rock,  che dopo la visita iniziale del dottore,
ma prima che fossero noti tutti gli esiti, stabilite le contingenze
e fatti i piani, lei, io e Kristina passammo il weekend
insieme. (In un modo o nell'altro c' sempre da aspettare un
weekend.) Lei doveva entrare luned per una procedura
definitiva. Nondimeno, sabato ci sembr una buona idea andare
ad Atkins, nel Nord della regione, a trovare la sorella e i
cugini di mio padre, per i quali aveva molta simpatia. A visitare
la tomba. Disse alla sorella - Viva - che doveva fare questi
esami. E mia zia - che era molto pi vecchia di mia madre -
fece buon viso alla brutta notizia. L'abbracci. Dopo, nella
Buick di mia madre, facemmo un giro in quella terra piatta
intorno al fiume Arkansas che il padre di mio padre aveva
perso prima di togliersi la vita, ma dove nessuno di noi tre si
era mai sentito a proprio agio. Tuttavia non importava il posto
dov'eravamo. Sapevamo che questa era la fine di un altro
periodo, un periodo in cui potevamo essere i personaggi che
avevamo creato e cercato di interpretare a dispetto di tutto
ci che era successo prima. Qualcosa in quegli esami avrebbe
cambiato tutto - ancora una volta - e noi volevamo mostrare
la convinzione che, s, questa era stata una vita, questo
accorto andare e venire, questa salute, questo humor, questo
affetto espresso a spizzichi e bocconi, persino questa tristezza
occasionale. Niente avrebbe cambiato la situazione. Potevamo
voltarci indietro, e ci sarebbe parso di essere ancora
abbastanza vivi, nonostante tutto.
La morte inizia molto tempo prima di quando arriva.
Persino nel cuore della morte c' ancora della vita che dev'essere
vissuta.
Mia madre aveva il cancro, ma scoprimmo che la vita che
avevamo confermato quel weekend poteva farci fare ancora
un po' di strada. Mancavano sette anni, ma non lo sapevamo.
Perci tornammo frettolosamente a come avevamo fatto le
cose. Visite. Chiacchierate per telefono. Gite, amici, occasioni.
Ora c'era un bisogno pi urgente di sapere da lei come
stavano le cose, e la ferma volont di farle andare bene. Di
insistere, in altre parole, sul fatto che la vita  vita, e riconoscere
che potrebbe facilmente essere qualcosa di meno ma
non dovrebbe. A noi sembrava che fosse come il tempo che
era passato prima. Anche se non esattamente.
Mia madre, credo, affront i suoi problemi nel modo migliore.
Si lasci asportare un seno. Accett di sottoporsi alle
radiazioni ma non alla chemioterapia. Torn alla sua vita solitaria
a Little Rock. Il tutto attuato con un minimo di paura
esibita e una grande dose di stoicismo, persino di umorismo:
lezioni imparate dalle suore, tanto tempo prima. Compr
una protesi, su cui scherzava. Era come se gli anni che erano
passati dalla morte di mio padre fossero stati per lei solo una
preparazione alla cattiva notizia, un allenamento in vista del
disastro. Era, credo, acutamente consapevole delle proprie
reazioni sotto pressione.
Fu la prima volta in cui pensai seriamente che alla fine
mia madre potesse venire a vivere con noi: era un argomento
di cui avevamo parlato parecchio tra noi, essendovi stati dei
precedenti e molte occasioni per ciascuno di formarsi un
punto di vista. L'atteggiamento di mia madre era chiaro. Lei
era contraria. Queste decisioni - pensava - rovinavano pi
di una vita, compromettevano il futuro. Era vissuta con una
madre rancorosa, e questo aveva avuto come conseguenza
anni di arida infelicit. Battibecchi. Una situazione senza via
d'uscita. Sua madre l'aveva odiata per questo, disse, non
sopportava che qualcuno si prendesse cura di lei. Era diventata
ancora pi cattiva. Era uno stallo, e lei non voleva averci
a che fare, voleva solo che mi togliessi dalla testa quell'idea.
Cosa che feci. Parlare di come un giorno l'avrei lasciata in
braghe di tela ci fece scoppiare a ridere. Di come sarebbe finita
in un ospizio, mentre io facevo la bella vita in qualche
posto lontano. In Francia. Scoreggiando in mutande di seta,
diceva il vecchio adagio dell'Arkansas.
Era una donna pratica. Si accord con un centro che si
chiamava Presbyterian Village, a Little Rock. Quella sarebbe
stata la sua casa quando fosse stata pronta. Firm loro un
grosso assegno il giorno stesso, prenotandosi un posto per
ogni evenienza. Le promisero di fare il loro dovere. Mia moglie
e io lo trovammo un accordo accettabile, buono persino.
Non voglio essere alla merc di nessuno, diceva mia madre.
E cos fu.
Cos si torn a una vita normale, la pi normale possibile.
Alla vita dei malati in remissione. Kristina e io ci eravamo
trasferiti nel New Jersey. Eravamo proprietari di una bella
casa. E ci furono tante altre visite, con mia madre che il pi
delle volte veniva da noi, a passare il pomeriggio all'ombra
del nostro giardino, a chiacchierare con i nostri vicini ortodossi
come se sapesse tutto di loro, a strappare le erbacce
dalle nostre aiuole. A rastrellare le foglie. A sedersi nel gazebo.
Pareva in forma. Di buonumore. La malattia e la possibilit
di altri malanni avevano fatto s che si attaccasse di pi
alla vita. Voleva fare di pi. Visitare le Hawaii. Andare in
crociera. Cominci ad andare in chiesa pi regolarmente.
Divent diaconessa. Aveva nuovi amici, pi giovani di lei. Ne
sentivamo parlare. Bianche. Herschel. Mignon. Louise. Persone
che non incontrammo mai, ma che bevevano e ridevano
insieme e la trovavano simpatica ed erano simpatiche a lei.
Me la immaginavo. Gente del Sud, affabile e chiassosa.
L'anno adesso veniva misurato da una visita medica all'altra,
sempre nell'inverno inoltrato, subito dopo il mio compleanno.
Ogni anno arrivava la buona notizia, dopo le preoccupazioni.
E ogni anno c'era un momento per festeggiare e
apprendere che ci era stato concesso un rinvio.
Non voglio dire che la nostra vita - la vita di ciascuno di
noi tre - si svolgesse al di fuori dell'aspettativa e del prisma
della morte. Per lei, decisamente no. La gioia di sopravvivere
era guastata dalla penosa certezza che non c'era scampo. E
nessuno pu perdere un genitore e non passare il resto della
vita aspettando che l'altro crepi o cominci a morire. In quei
giorni e in quei brevi anni io leggevo la morte di mia madre
in quasi tutte le testimonianze della sua vita. Cercavo i segni
della malattia. Ascoltavo troppo attentamente le sue lamentele.
Mi rappresentavo oscuramente la sua morte mentre l'aborrivo,
preparandomi in anticipo per non crollare del tutto
quando fosse venuto il momento.
All'inizio ci fu il mal di schiena. Non  facile ricordare
con precisione quando. L'inverno del 1981, probabilmente:
sei anni dopo l'intervento chirurgico. Venne su a trovarci nel
New Jersey, e qualcosa era andato storto. Aveva settantun
anni, ma ora nella sua vita era entrato il dolore. Appariva logorata,
invasa dalla sofferenza, mentre poco tempo prima
stava bene. Aveva visto i suoi medici a Little Rock, ma nulla
di questo aveva a che fare col cancro, rifer che dicevano loro.
Era mal di schiena. Le parti del suo corpo cominciavano
a consumarsi. Vol a casa da Princeton, ma durante l'estate i
dolori aumentarono. La chiamavo, e il telefono squillava a
lungo, e poi la sua voce era fioca, certe volte appena percettibile.
Soffro, Richard, mi diceva, ovunque io mi trovassi.
Il dottore mi fa prendere queste pillole. Ma non sempre
funzionano. Vengo da te, dicevo sempre. No. Andr
tutto bene, diceva lei. Fa' quello che devi fare. L'estate
riusc a passare cos, poi inizi l'autunno.
Cominciai a insegnare nel Massachusetts. E poi un mattino
ci fu una telefonata. Erano le prime luci. Non riuscivo a
capire perch qualcuno dovesse chiamare a quell'ora: a meno
che non si trattasse di una morte, ma questo sembrava impossibile.
Mia madre si era presentata all'ospedale la sera prima,
disse un'infermiera da Little Rock, in ambulanza. Era in preda
a forti dolori. E quando era arrivata il suo cuore si era fermato,
poi aveva ripreso. Adesso stava meglio, mi assicur l'infermiera.
Risposi che sarei partito il giorno stesso dal Massachusetts,
che avrei trovato qualcuno per sostituirmi, che sarei andato in
macchina all'aeroporto di Albany. Ed  quello che feci.
A Little Rock era estate. Un caldissimo settembre. Un
amico di mia madre, un uomo di nome Ed Lingo - risult che
era il marito di Louise - venne a prendermi con la macchina e
mi port in citt. Passammo tra vecchi edifici, sopra i binari
della ferrovia e attraverso il fiume Arkansas, dove sorgeva
l'albergo dei miei nonni, che per non esisteva pi: era crollato
su se stesso. Ed Lingo era in vena di consigli. Anche se
questa volta non la vedo bene, disse. Mia madre era stata peggio
di quanto sapessi, aveva passato giorni e giorni nel suo
appartamento senza uscire. Aveva passato tutta l'estate a letto,
disse. Era una cosa cui dovevo prepararmi. La sua morte.
Ma era qualcosa di pi della sua morte ci che mi stava
preannunciando. La vita - la sua in particolare, ma anche la
nostra - stava ormai entrando in un nuovo genere di eventi.
Queste cose potevano essere comprese, ecco quello che intendeva
dire ma non disse con precisione. Opporvisi era
senza speranza e forse perverso. Tutto questo stava diventando
una delle cose che succedono. Un'inevitabilit. Meglio
vederla cos.
Che  quello, immagino, che cominciai a fare anch'io. La
nostra scarrozzata, attraverso la citt fino all'ospedale, fu una
linea di demarcazione. Un uomo che conoscevo appena mi
stava suggerendo il modo in cui avrei dovuto guardare molte
cose importanti; il modo in cui dovevo considerare mia madre,
la mia vita, il mio futuro. Mi stava suggerendo che dovevo
cominciare a vedere diversamente anche me stesso. Che
dovevo tirarmi indietro. Sarebbe stato meglio.
Momenti come questi si possono fraintendere, ma a proprio
rischio.
Risult che, s, mia madre si sentiva meglio. Ma era successo
qualcosa di strano. Il suo cuore si era davvero fermato
del tutto. C'era una congestione polmonare, mi disse il dottore,
e alla mia presenza lo disse anche a lei. Era un giovanotto
in camice bianco, piccolo, ricciuto e con gli occhi sfavillanti.
Il dottor Wilson. Parlava dolcemente. Mia madre gli
era simpatica. Mia madre era simpatica a tutti. Ricordava
com'era quando era andata per la prima volta a farsi visitare
da lui. Molti anni prima, ormai. Sana.
Nella sua camera di ospedale, per, dove eravamo tutt'e
tre, si sedette su una sedia con alcune carte e ci diede notizie
peggiori. Anche se erano soltanto le solite brutte notizie.
Aveva fatto fare altri esami, e i risultati non erano buoni. Ora
si sentiva confuso, disse, dal corso di una malattia di cui
avrebbe dovuto sapere tutto. Ma il mal di schiena dipendeva
dal cancro. Mia madre sarebbe morta, anche se lui non sapeva
quando. Un giorno o l'altro dell'anno prossimo, immaginava.
Sembrava che non ci fosse alcuna possibilit di ripresa.
So che gli dispiaceva saperlo e doverlo dire. Il suo lavoro era
forse persino pi duro del nostro: ma solo per quel giorno.
Non ricordo bene cosa gli dicemmo. Sono certo che gli
rivolgemmo ottime domande, perch alla resa dei conti eravamo
bravi tutt'e due. Non ricordo che mia madre piangesse
o apparisse anche solo traumatizzata. Io non piansi. Sapevamo
tutt'e due a quale tipo di avvenimenti apparteneva questo,
questo messaggio. Tra l'altro, questo era uno di quegli
avvenimenti che mettono la parola fine a una lunga catena di
incertezze. Non posso credere che non sentimmo entrambi,
ciascuno a modo suo, un certo sollievo: come se fosse stata
soddisfatta una vecchia, stanca curiosit, e stessero per essere
introdotte altre curiosit di nuovo genere. L'ovvia domanda
- quanto  grave tutto questo? - si pu accantonare in un
lampo:  la cosa peggiore che ci sia. Ma  anche strano e
tutt'altro che ovvio provare questa sensazione, questo sollievo.
Mi domando se i medici sappiano quanto  istintivo.
E tuttavia, in un certo senso, nemmeno questa notizia cambi
le cose. La forza di persuasione della vita normale  smisurata.
Accettare qualcosa di meno della vita quando il meno ancora
non ti  addosso col suo impeto soverchiante  - almeno
per qualcuno - impossibile.
Tra mia madre e me ci furono parecchie conversazioni.
Stavano per dimetterla dall'ospedale, e io - se devo prestar
fede ai miei ricordi - mi fermai e uscii insieme a lei prima di
tornare al lavoro nel Massachusetts. Si fecero piani per un'altra
visita. Sarebbe venuta da me al Nord appena si fosse sentita
abbastanza forte. Volevamo vedere questa scelta come
un futuro, anche se non era sufficiente.
Ripresi l'insegnamento, e parlavo con lei quasi tutti i giorni,
anche se il pensiero che stava peggiorando, che continuavano
queste brutte cose, e io non potevo fermarle, faceva s
che ogni tanto saltassi una telefonata. Divent ben presto un
momento orribile per me, un momento in cui sembrava che
la vita si spostasse a poco a poco nella direzione del disastro.
Quel periodo - settembre - lo pass fuori dall'ospedale:
ci andava per le trasfusioni di sangue, che la facevano sentire
meglio, ma erano un presagio di sventura. So che usciva con
gli amici. A casa aveva compagnia. Viveva come se la vita potesse
continuare. E poi ai primi di ottobre venne da me. Andai
a prenderla ad Albany e la condussi nella casa che avevo
affittato nel Vermont. C'era la nebbia. Quasi tutte le foglie
erano cadute. In casa - un vecchio fienile ristrutturato - faceva
freddo ma l'atmosfera era festosa. La portai a cena a
Bennington solo per scaldarci. Mi disse che aveva fatto un'altra
trasfusione per il viaggio e sarebbe rimasta fino a quando
i suoi benefici si fossero esauriti e lei fosse tornata a sentirsi
debole: se fosse andata cos.
E fu cos che ci regolammo. Un altro tipo di vita normale
insieme. Io andavo al campus, facevo il mio lavoro, tornavo la
sera. Lei restava in quella casa grande col mio cane. Leggeva
libri, riviste. Si faceva da mangiare da sola. Guard i Dodgers
(questa volta) battere gli Yankees nella Series. Vide l'assassinio
di Sadat. Guardava fuori dalla finestra. La sera si chiacchierava:
mai di cose serie o preoccupanti. Con Kristina, che
lavorava a New York e tornava nei weekend, andavamo a fare
gite in campagna, a visitare antiquari, invitavamo qualcuno,
vivevamo insieme come avevamo fatto in lungo e in largo per
tutti quegli anni. Non sapevo che altro avremmo dovuto fare,
in quale altro modo poteva passare un tempo simile.
Un giorno di sole ai primi di novembre, quando mia madre
era con me da tre settimane e avevamo effettivamente
dato fondo alle cose da fare e di cui parlare, si sedette sul
divano accanto a me e disse: Richard, non so per quanto
tempo ancora potr badare a me stessa. Mi dispiace. Ma  la
pura verit.
Ti preoccupa? dissi io.
Be', disse mia madre, s. Non mi hanno messo in lista
al Presbyterian Village fino all'anno prossimo. E non so cosa
sar capace di fare fino ad allora.
Cosa ti piacerebbe fare? dissi.
Lei allora volt la testa e guard fuori dalla finestra, verso
la discesa, dove gli alberi erano spogli e la nebbia scorreva
davanti a noi. Non so di preciso, disse.
Magari comincerai a sentirti meglio, dissi io.
Be'. S. Potrei. Immagino che non sia impossibile, disse.
Io lo credo possibile, dissi. S.
Be'. Okay, disse mia madre.
Altrimenti, dissi io, se per Natale senti di non potertela
cavare da sola, puoi venire a stare qui da noi. Io torno a
Princeton. Puoi vivere l.
E negli occhi di mia madre, allora, vidi una luce. Una specie
di luce, in ogni modo. Riconoscenza. Concessione. Disponibilit.
Un rinvio di altro genere.
Sei sicuro? disse, e mi guard con un'espressione incerta.
Gli occhi di mia madre erano di un marrone molto scuro.
S, sono sicuro, dissi. Sei mia madre. Ti voglio bene.
Be', disse lei, e annu, tir un respiro, espir. Niente
lacrime. Comincer a pensare a una sistemazione simile, allora.
Studier come fare per i mobili.
Be', un momento, dissi io. E questa  una frase che, fra
tutte le frasi della mia vita, vorrei non avere mai detto. Parole
che vorrei non avere mai udito. Aspetta a fare dei piani,
dissi. Potresti sentirti meglio. Potrebbe non essere necessario
venire a Princeton.
Oh, disse mia madre. E ci che tutt'a un tratto le aveva
acceso una luce negli occhi tutt'a un tratto se ne and, qualunque
cosa fosse. E tornarono le preoccupazioni. Ci che
poteva trovarsi tra ora e pi tardi alz di nuovo la testa. Capisco,
disse. Va bene.
Avrei potuto evitare di dirlo. Avrei potuto dire: D'accordo,
fa' pure i tuoi piani. Quali che siano gli sviluppi, andr
tutto bene. Ci penser io.
Ma non lo dissi. Invece, rinviai tutto a qualcos'altro, a un
altro futuro, e almeno retrospettivamente so qual era questo
futuro. Credo che lo sapesse anche lei. Si potrebbe dire che in
quei giorni l'avevo vista affrontare la morte, avevo visto la
morte portarla quasi oltre i suoi limiti, l'avevo temuta io stesso,
avevo avuto paura di tutto ci che sapevo; e che mi ero
aggrappato risolutamente alla possibilit della sua vita. O
forse potremmo anche dire che mi rassegnai a qualcosa di
assai pi probabile. Non lo sapr mai con certezza. Ma la
verit  che, qualunque cosa avremmo potuto fare l'uno per
l'altra dopo di allora, pass in quei momenti e svan. Anche
insieme, ancora una volta eravamo soli.
Il resto si pu raccontare alla svelta. Dopo un giorno o
due la riaccompagnai ad Albany. Nella mia casa faceva troppo
freddo, disse. Non riusciva a scaldarsi, e sarebbe stata
meglio nella sua di Little Rock. Anche se in nessun posto la
temperatura era abbastanza alta per scaldarla. Era pallida.
Quando la lasciai al gate dell'aeroporto pianse, si ferm e mi
guard mentre tornavo indietro per il lungo corridoio. Mi
salut con la mano. Io feci lo stesso. Era l'ultima volta che
l'avrei vista cos. In piedi. Nel mondo. Non lo sapevamo. Ma
sapevamo che stava arrivando qualcosa.
E in sei settimane mor. Non venne mai a Princeton.
Qualunque male avesse, ebbe il sopravvento. Il mio corpo
mi ha tradito  una cosa che ricordo di averle sentito dire.
Un'altra era questa: Le mie possibilit sono ormai ridotte a
zero. Ed era vero. Tornai a Little Rock per sedermi accanto
a lei all'ospedale, per cercare di distrarla, ricordarle cose che
avevamo fatto insieme, parlarle di mio padre, chiederle di
colmare lacune del passato - suo, di suo marito e di loro due
insieme -, cose che ignoravo; ma lei rifiut gentilmente di
farlo mentre scivolava sempre pi lontano da me in un sonno
lungo e tranquillo che un giorno non fin. Non l'ho mai vista
morta. Non ho voluto. Ho semplicemente preso atto della
comunicazione dell'ospedale quando l'infermiera telefon
in dicembre, una mattina presto, poco prima del suo compleanno.
Ma, come dicevo, l'ho vista affrontare ripetutamente la
morte nel corso di quell'autunno. E proprio per questo oggi
credo che veder affrontare la morte con coraggio e dignit
non ti conferisce n l'uno n l'altra: ti fa solo provare piet,
impotenza e paura. Tutto il resto  assolutamente privato:
momenti e messaggi che non cambierebbero il mondo in
meglio anche se il mondo ne venisse a conoscenza.
Si ha mai una relazione con la propria madre? Io credo
di no. Noi due - mia madre e io - non siamo mai stati legati
da molte delle cose che si consideravano tipiche: dovere,
rimpianto, rimorso, imbarazzo, etichetta. L'amore, che non 
mai tipico, metteva al riparo ogni cosa. Contavamo sul fatto
che fosse qualcosa di affidabile, e lo era. Eravamo sempre
pronti a dire Ti voglio bene, come se sapessimo che sarebbe
venuto un momento in cui avremmo voluto sentircelo dire,
lei o io, e che ognuno di noi avrebbe voluto sentirselo dire
dall'altro, e che solo per qualche motivo - come sicuramente
accadde - non sarebbe stato possibile.
Mia madre e io ci somigliamo. Fronte alta e piena. Lo stesso
mento, lo stesso naso. Non esistono fotografie che lo dimostrino.
In me stesso io vedo lei, sento la sua risata nella mia.
Nella sua vita non c' stato nulla di particolarmente brillante,
nulla di celebre. Nessun eroismo. Nessuna impresa il cui
coronamento gonfia il cuore. C' stato un numero pi che
sufficiente di cose brutte: un'infanzia che non meritava di essere
ricordata nei dettagli; un marito che ha sempre amato, e
che ha perduto; una vita dopo questo fatto che non ha bisogno
di molti commenti. Ma  stata lei che in un modo o
nell'altro mi ha reso possibile esprimere i miei sentimenti pi
sinceri, con un atto paragonabile a quello che la grande letteratura
compie sul suo devoto lettore. E con lei ho conosciuto
quel momento che tutti vorremmo conoscere, il momento in
cui si dice: S. E cos. Una presa di coscienza che conferma la
finalit della vita e il suo pi autentico valore. Questo, ho
conosciuto. Mille di questi momenti ho conosciuto con lei, li
ho conosciuti nello stesso istante in cui si verificavano, e anche
in questo. Suppongo che li conoscer per sempre.

Note.
1. Cacciatore di bisonti, combattente nelle guerre contro gli indiani, poliziotto,
sceriffo, giocatore d'azzardo, organizzatore di incontri di boxe e giornalista,
William Barclay Bat Masterson (1854-1921)  una pittoresca figura del Wild
West che per qualche tempo lavor per l'Agenzia Pinkerton difendendo i treni
della Galena & Chicago Union Railroad dagli assalti dei fuorilegge. [Nota del traduttore]
...
.
...
FINE.
...
.
...
Postfazione.
.
Come ho detto all'inizio, questi due memoriali sono stati
scritti a trent'anni di distanza l'uno dall'altro. Quello che riguarda
mia madre  stato scritto subito dopo la sua morte,
nel 1981. L'altro l'ho scritto solo di recente, cinquantacinque
anni dopo che mio padre mor nel 1960. Li ho messi in
quest'ordine perch le notizie e i ricordi condivisi della vita
di mio padre si estendono nel passato pi profondamente di
quelli relativi a mia madre; mentre la vita di mia madre si allunga
molto di pi verso il presente. Mi  sembrato che il
tempo della loro vita insieme e il tempo della loro vita con
me, nonch la parte della vita che mia madre pass da sola,
fossero meglio rappresentati incontrando prima mio padre e
poi mia madre.
Ho sempre ammirato la poesia di Auden intitolata Muse
des Beaux Arts per la profonda saggezza con cui vi si dice che
i momenti pi importanti della vita spesso non vengono quasi
notati dagli altri, ammesso che li notino. La poesia di Auden
parla del famoso dipinto di Brueghel La caduta di Icaro,
in cui Icaro sprofonda nel mare dopo il tuffo, e la sua sorte
passa inosservata dai contadini che stanno arando i campi su
una sponda vicina. .. .Ogni cosa volta le spalle, scrive
Auden, rassegnato. Il dipinto e la poesia presentano le loro visioni
combinate - messe in rima con pathos e ironia - come
una verit permanente della vita: il mondo spesso non ci nota.
La comprensione di questa realt  stata un impulso cruciale
per quasi tutto ci che ho scritto in cinquant'anni. La
mia  stata una vita di osservazioni e testimonianze. Quasi
tutte le vite degli scrittori sono cos.
Il fatto che vite e morti passino spesso inosservate ha ispirato
specificamente questo piccolo libro sui miei genitori e
definito il suo compito. Le vite dei nostri genitori, anche
quelle avvolte dall'oscurit, sono per noi la prima, forte assicurazione
che gli eventi umani contano. Noi siamo qui, dopo
tutto. Il futuro  imprevedibile e pericoloso, ma le vite dei
nostri genitori ci confermano e ci aiutano a distinguerci. La
mia convinzione nell'irrevocabile mancanza di trascendenza
della vita vissuta mi spinge sempre a pensare ai miei genitori.
Nei momenti difficili, molto tempo dopo la loro morte, ho
sentito spesso il pi sincero e ardente desiderio di averli con
me: il desiderio della loro attualit. Cos, scrivere di loro, non
voltare le spalle, non  solo un mezzo per esaudire il mio desiderio
immaginandoli vicini, ma  anche puntare verso
quell'attualit, che - ancora una volta -  il punto dove inizia
la mia comprensione dell'importanza.
Avevo forse sperato di testimoniare la continuit dei miei
genitori? La loro pi che ovvia importanza? In mano a un
altro figlio, un memoriale potrebbe fare proprio questo: cercare
di conferire una dimensione in pi laddove essa potrebbe
non essere stata gi evidente. Io, per, ho cercato di
non pretendere troppo dai miei genitori. Semmai, ho cercato
di essere cauto, affinch i miei stessi modi di parlare di loro e
della loro influenza su di me non stravolgessero quello che
erano. Ho cos tentato, meglio che potevo, di scrivere solo di
ci che fattualmente sapevo e non sapevo. I miei genitori,
dopo tutto, non erano fatti di parole. Non erano strumenti
letterari utilizzabili per evocare qualcosa di pi grande. La
continuit sembra estranea sia a loro che al senso che avevano
di se stessi. Se aveste conosciuto i miei genitori, non dubito
che voi e io potremmo arrivare a giudizi differenti su di
loro. Ma la mia speranza  che grazie a questo scritto essi
siano semplicemente riconoscibili come le due persone che
dico che erano. Tutto considerato, il mio pi grande desiderio
 che queste considerazioni su di loro possano essere di
aiuto al lettore al fine di ottenerne una conoscenza pi profonda.
Io non ho figli, e quello che so dei bambini, dell'infanzia
e del ruolo di genitore, l'ho imparato quasi interamente
dall'essere il figlio dei miei genitori. Credo che quasi tutti
i figli, tranne quelli pi presi da se stessi, percepiscano i
loro genitori come persone separate: separate tra loro e da se stessi.
Per tale ragione non ho mai pensato di scrivere dei miei
genitori in altro modo che come individui, piuttosto che come
un'unit parentale. Quello che non avevo previsto,
per,  che, tanto quanto essi erano vicini l'uno all'altra, il
modo in cui io li percepisco  molto simile a quello che loro
hanno sperimentato nella vita: come se fossero soli insieme.
Ogni genitore dovrebbe sentirsi cos, pi o meno, dal momento
che  cos che si sente ogni essere umano. Tra loro, il
titolo di questo libro, vuole in parte suggerire che, nascendo,
io mi sono letteralmente intromesso tra i miei genitori, occupando
un posto virtuale dove sono stato protetto e adorato
finch sono vissuti. Ma il titolo vuole anche, in parte, rappresentare
la loro inestirpabile singolarit: sia nel matrimonio
che nella loro vita di genitori.
Quando qualcuno mi chiede della mia infanzia dico sempre,
come ho testimoniato in questo libro, che ho avuto
un'infanzia meravigliosa, e che i miei genitori sono stati genitori
meravigliosi. Nulla di tutto ci  cambiato a causa di questo
scritto. Anche se quello che sono arrivato a capire  che
entro il cerchio magico del meraviglioso, quello che c'era
di pi intimo, di pi importante, di pi soddisfacente e
necessario per ognuno dei miei genitori si manifestava quasi
esclusivamente tra loro. Questa non  una cosa difficile da affrontare
per un figlio. Per molti aspetti  consolante, poich
sapere che  cos salvaguarda un incoraggiante mistero della
vita: quello che ci promette che, anche prestando la massima
attenzione, accadono molte cose che non comprendiamo.
Ho ormai accumulato pi anni di quanti ne abbiano vissuti
mio padre o mia madre. Al mondo non c' quasi pi nessuna
delle persone che li conoscevano. E io sono, per questa
ragione, l'unico che conosce queste storie e pu conservare
questi ricordi: almeno fino a oggi. Quando penso ai miei genitori
dopo avere scritto di loro, mi tornano in mente molte
cose che hanno fatto e detto in mia presenza e sono state
causa di avvenimenti che non ho scelto di includere qui. Ad
esempio, perch non piansi quando mio padre mor, e la persistente
influenza di questo fatto sulla mia vita nel corso del
tempo. O quella che sospetto sia stata la natura difficile e
complessa della formazione di mia madre accanto al suo pittoresco
ma irrequieto patrigno. Queste due cose sembrerebbero
portare lontano dai miei genitori, non verso un'analisi
pi accurata della loro vita. Ma posso affermare che non ho
escluso nulla per amore della discrezione o della rispettabilit,
ma soltanto perch questo o quel ricordo non sembrava
abbastanza importante, o perch includendolo si sarebbe rinunciato
a un equilibrio essenziale e veritiero. John Ruskin
ha scritto che la composizione  un ordinamento di cose disuguali.
Cos, il compito dello scrittore di memoriali  comporre
una forma e un'economia che diano una coerenza fedele,
attendibile, seppure a volte drastica, alle tante cose ineguali
che ogni vita contiene. Come ho gi precisato ripetutamente,
gli esseri umani contengono molte pi cose di quante chiunque
possa dire di loro. E quanto all'essere vissuto cos tanto
tempo senza genitori, tutto ci che posso dire  che la triste
ingiustizia di non averli avuti vicini per una parte pi lunga
della mia vita  assai meno significativa dell'ingiustizia che
 stata fatta a loro costringendoli a lasciare la vita prematuramente,
molto prima di quando avessero potuto stancarsene.
Un amico mi ha detto recentemente che a lui le vite dei
miei genitori - le vite di cui ora avete letto - sembrano tristi.
Eppure, a parte la loro relativa brevit, le vite dei miei genitori
a me non sembrano tristi, e non credo che essi stessi
avrebbero pensato che la tristezza caratterizzava i loro giorni.
La tristezza c'era. Ma quando erano insieme, compreso il
tempo in cui io vissi con loro (e spesso a causa di questo), la
vita - credo - sembr loro migliore di qualunque vita avrebbero
potuto aspettarsi, tenuto conto di come e dove era iniziata.
Dire a cosa equivalesse questa vita migliore  in
qualche modo la luce che ho cercato di fare. Scrivere queste
due rimembranze  stata, per me, davvero una fonte di immensa
euforia: qualcosa di completamente diverso da ci
che mi sarei aspettato, data la nostalgia che spesso provo. Sono
stato fortunato ad avere dei genitori che si amavano e che,
dal crogiuolo di quel grande, quasi insondabile amore, amavano
anche me. L'amore, come sempre,  causa di bellezza.
Infine, nel conteggiare le ragioni per scrivere un memoriale,
bisogna includere la parte di me che  fusa nella lega di
tutto ci che ho detto; quella che riguarda me, le mie necessit,
i miei propositi, e la volont di far valere la mia versione
di buonsenso e continuit tra l'oggi e un passato remoto: il
bisogno di riconciliare il mio io di allora, quando i miei genitori
erano vivi, col mio io di oggi, anni e anni dopo la loro
morte. Il memorialista non  mai soltanto il narratore di storie
di altra gente, ma un personaggio di queste storie. Cos,
scrivere dei miei genitori tanto tempo dopo che se ne sono
andati porta alla luce inevitabilmente i vuoti, gli insuccessi,
le fragilit, le lacerazioni e le assenze che sono dentro di me,
insufficienze che la stessa narrazione pu aver cercato di aggiustare
o suggellare, ma che possono anche solo essersi riaperte
ed essere rimaste indietro, assenze che nessun soffio di
vita o sincerit di narrazione pu colmare o nascondere completamente.
Queste sono cose con le quali ho deciso di convivere.
Ma quando torno a puntare lo sguardo sulla vita - la
mia o quella degli altri - oggi non manco mai di essere colpito,
tra gli attacchi furibondi di quello che  successo e sta
ancora succedendo, da quanto si  allontanato da me. Le assenze
sembrano circondare e insinuarsi in ogni cosa. Anche
se, nel riconoscerlo, non posso lasciare che sia una perdita o
anche un fatto che rimpiango, poich questa, semplicemente,
 la vita: un'altra duratura verit di cui dobbiamo prendere atto.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Sono molto grato ai miei amici Geoffrey Wolff, Blake
Morrison, Michael Ondaatje, Joyce Carol Oates, e all'incomparabile
Eudora Welty, che scrivendo cos affettuosamente dei
loro genitori hanno rappresentato per me dei modelli e fatto
sembrare questa operazione realizzabile e forse utile.
Desidero anche esprimere la mia riconoscenza e ringraziare
i miei cari presenti e passati, che nel corso degli anni e
contro ogni pronostico hanno fatto s che mi rendessi conto
di appartenere a una famiglia grande e premurosa. Questi
parenti comprendono la mia defunta zia Viva Haney; le mie
cugine Elizabeth Fay e Carrol Wayne Norris; i miei cugini
Emmett Carrol e Bobbie Jean Haney, Jim e Barbara Horton;
e i miei lontani ma preziosi cugini, la defunta Euleta e W.J.
Bowden; la loro figlia, Mary Prewitt; suo marito, il dottor
Taylor Prewitt, e il loro figlio, Kendrick, e sua moglie, la dottoressa
Lindsey Prewitt. Devo ricordare anche le Gibson
Girls(1), Elizabeth Hickman, Margaret Helen Cheek e Bessie
Fengler, in ossequio agli anni di affettuosa amicizia con me e
Kristina, e con mia madre. Ricordo anche, con grande affetto,
il mio defunto zio Buster - S.E. Shelley - venuto alla ribalta
senza che nessuno glielo chiedesse.
Sono grato a Inge Feltrinelli, Carlo Feltrinelli, e a Toms
Maldonado, per avermi generosamente ospitato a Villadeati,
dove ho potuto finire questo libro.
Desidero ringraziare Dale Rorhbaugh, Bridget Read,
Leisha MacDougall e Jennifer Field per il loro indispensabile
acume e la loro amicizia in tempi di angustie.
Desidero ringraziare anche il mio vecchio amico Daniel
Halpern, che ha curato questo libro con sensibilit e grazia.
E Amanda Urban per questi decenni di cameratismo incrollabile
e affettuoso che perdura senza mai vacillare e mai perdere
interesse. La mia gratitudine anche a Patricia Towers,
che tanto tempo fa mi incoraggi a scrivere di mia madre. E
tutta la mia gratitudine al dottor Ben Wilson per la sua empatia,
la sua franchezza e la sua straordinaria dignit, che ho
avuto modo di apprezzare gi molti anni fa.
Infine, semplicemente grazie a Kristina Ford, per ogni cosa.
...
.
...
Note.
Dal nome del loro creatore, l'illustratore Charles Dana Gibson, sono le donne americane che per pi di vent'anni, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, hanno rappresentato l'ideale di bellezza ed eleganza dell'epoca. [Nota del traduttore]
...
.
...
FINE.